Per una vita che se ne va, un’altra è salvata!

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Chiara Castellani*
("Mondo e Missione", Aprile 2007)

L’inizio di questa storia risale a qualche mese fa, ed è la storia di una tragedia: il nipotino di tre anni del mio ex infermiere-chirurgo papà André, l’amico e braccio destro insostituibile di mille battaglie, giocando con un pallone di stracci si è avvicinato, insieme a un suo coetaneo, al cantiere della scuola infermieri, dove in realtà sarebbe proibito farlo. Ma che cosa significa «proibito» per due bambini congolesi di tre anni che i genitori troppo indaffarati stentano a sorvegliare?
E così, mentre camminavano sull’impalcatura le assi hanno ceduto. Ma se il nipotino di André se l’è cavata con qualche escoriazione, il suo compagno di gioco è stato molto più sfortunato: è scivolato nel buco stretto e profondo di una latrina in costruzione. Talmente stretto che per riuscire a tirarlo fuori si è dovuto scavare per un giorno intero. E talmente profondo che subito tutti noi abbiamo capito che difficilmente ne sarebbe uscito vivo. E, infatti, quando finalmente hanno estratto il corpicino non c’era più nulla da fare. Sgomenti, abbiamo pianto e pregato per quella piccola vita stupidamente persa. Era un gioco di bimbi, ma è finito in una tragedia, che è tracimata ben oltre l’ambito familiare. Purtroppo i genitori della vittima, sconvolti per il dramma, se la sono presa con la famiglia dell’altro bambino. Ma non potendo rifarsi sul padre (che sta a Kinshasa) né sulla madre (che ha un altro bimbo di pochi mesi), non hanno trovato niente di meglio che prendersela con il nonno, cioè con il nostro papà André che, in preda alla paura, in un Paese dove la giustizia è un privilegio da ricchi, è fuggito nottetempo da Kimbau e non è più tornato. E io, che avevo troppo investito per la sua formazione in termini finanziari ma soprattutto emotivi (quante vite umane abbiamo salvato insieme!), sono rimasta senza nessun «braccio destro» per aiutarmi in sala operatoria: una volta di più in questa mia vita complessa e intrecciata di speranza e solitudine, anche quel braccio destro l’ho perduto per sempre!
Ma non ci siamo arresi: con l’aiuto di Paolo, ho identificato un giovane onesto e competente che è partito per una formazione a Bonga. Per le urgenze ordinarie e la chirurgia minore, ce la caviamo con papà Celestin, un anziano infermiere chirurgo che per anni ha assistito papà André. È lui adesso che mi fa da «braccio destro» nei cesarei, guidato dalla mia voce, e a volte dalla mia manina sinistra. È lui che opera i casi di ernia inguinale non complicata, e con le ernie ormai se la cava anche senza la mia presenza.
Ma l’ernia inguinale di Junior non era un caso ordinario. Era un sabato sera, pioveva a dirotto, avevamo appena concluso una serie di radioscopie e, uscendo dalla camera oscura, avevo constatato che anche quel sabato era di guardia "maman" Kandongo, la «nonna scolara» quasi sessantenne che nonostante i quarant’anni di servizio, l’esperienza impagabile di laboratorista e l’età prepensionabile, nel 2004 si è iscritta a un corso di aggiornamento con risultati più che brillanti. Le guardie di "maman" Kandongo sono sempre massacranti, di norma le trascorriamo insieme, sempre in piedi a seguire casi gravi. Quella sera mi sentivo molto stanca e, scherzando (ma riferendomi a un caso reale del passato), le ho detto: «tornatene a casa tua, stanotte voglio dormire; quando sei di guardia tu il minimo che ci può succedere è di ricoverare un ragazzino che vomita le feci».
Era proprio quello che stava succedendo a Junior. Papà Ngowa, che faceva da anestesista, era spossato. Era l’una di notte, e ormai da due ore eravamo in piedi attorno al tavolo operatorio. Quel tavolo che, prima di ogni intervento, si trasforma in altare, perché qui invochiamo Dio di guidare le nostre mani. Ma Dio questa volta si è messo anche i guanti: quando ho chiesto allo strumentista, come faccio ogni volta che constato un’anomalia, di infilarmi un guanto sinistro, sono sicura che il guanto destro se l’è infilato Lui. Stavo vedendo ciò che temevo di vedere: l’ansa intestinale ormai nera per la necrosi all’interno del sacco scrotale. «Dobbiamo resecare l’intestino e realizzare un’anastomosi termino-terminale», ho detto all’infermiere-chirurgo improvvisato Celestin, e ho subito capito che non sapeva nemmeno di cosa stavamo parlando. Ma passo dopo passo, io guidando la sua mano con la mia, e la mano di Dio su noi tutti, ne siamo usciti vivi. Anche Junior, che ieri diceva di avere fame!

* Medico missionario in Congo