RITAGLI   Il segreto della felicità si chiama famiglia   DIARIO

Cesare Cavalleri
("Avvenire", 7/9/’05)

Richard Layard, professore emerito della London School of Economics, e membro della Camera dei Lord, è un economista noto soprattutto per i suoi lavori sulla disoccupazione e la disuguaglianza, ma nel suo nuovo libro, "Happiness", indaga le cause della felicità avvalendosi anche della psicologia, delle neuroscienze, della sociologia e della filosofia..

In sintesi, Layard sostiene che il denaro non dà la felicità, perché due sono gli elementi che nella psicologia umana provocano infelicità, indipendentemente dal livello economico raggiunto: il primo è l'assuefazione, nel senso che quante più cose possediamo, tanto meno ci soddisfano proporzionalmente; e il secondo è lo scontento provocato dal confronto con gli altri - l'invidia - perché per quanto aumentino le nostre entrate, se comparativamente restano inferiori a quelle dei colleghi, non siamo soddisfatti.

Come nella barzelletta dell'impiegato che dice al capoufficio: "Va bene, se non mi può aumentare lo stipendio, almeno diminuisca quello del rag. Rossi".

Seguendo la filosofia di Bentham, Layard sostiene che la felicità è un sottoprodotto dell'autentico bene morale, e quindi sbagliano coloro che cercano di raggiungerla direttamente. Per esempio, secondo i dati delle indagini raccolte nel libro, le persone che si occupano degli altri risultano piu felici di quelle che si occupano solo di sé.

Layard non accetta il punto di vista dell'economia classica secondo cui i cambiamenti nella felicità di una società dipendono dai cambiamenti del potere d'acquisto. La teoria economica, infatti, nacque in un'epoca in cui non si poteva sapere come si sente la gente, e quindi dovette limitarsi ad analizzare "come si comporta". Ma al giorno d'oggi anche i sentimenti hanno acquisito un'importanza rilevante, e infatti la scienza economica non sa spiegare perché taluni, anche senza incentivi economici, accettano i rischi di determinate imprese in cui si buttano a capofitto, non certo in cerca di sicurezza.

Non è il denaro, sostiene Layard, ma la famiglia il fattore principale della felicità. Le inchieste, infatti, dimostrano che le persone sposate si sentono più felici degli scapoli involontari, e c'è un gruppo di persone che, immancabilmente, riconoscono di essere infelici: i divorziati. Anche la religione e la pratica religiosa sono elementi che aumentano la felicità, ma Layard, sincretisticamente, elogia sia le tecniche psicologiche del buddismo, sia l'islam o il cristianesimo che si basano sulla fede in Dio. La felicità è un'esperienza oggettiva, non una chimera. Pertanto, per Layard, deve essere un obiettivo programmatico: bisogna incrementare le relazioni sociali, la fiducia, la stabilità.

Per "prendere sul serio la felicità", Layard propone questi nove punti: analizzare l'evoluzione della felicità con lo stesso impegno con cui si analizza l'evoluzione delle proprie entrate; evitare gli eccessi di competitività e di mobilità lavorativa; dedicare maggiori aiuti ai paesi poveri; investire molto di piu nella psichiatria, dato che le malattie mentali sono la causa principale della miseria nel mondo occidentale; favorire la vita di famiglia e quindi la flessibilità degli orari di lavoro; sovvenzionare le attività che promuovono la vita sociale; lottare contro la disoccupazione; combattere la "scalata dei desideri", controllando in particolare la pubblicità (possibilmente, come in Svezia, proibire tutta la pubblicità rivolta ai bambini inferiori a 12 anni); migliorare soprattutto l'educazione morale: "I princìpi morali devono essere considerati verità acquisite, che danno senso alla vita, e bisogna insegnare la pratica sistematica dell'empatia e del desiderio di servire gli altri".

Insomma, come dice il titolo di un bel libro di Giacomo Samek Lodovici, l'unica felicità possibile è la felicità del bene.