IL TESTO DELLA NOTA
Su politici e
norme in contrasto con i valori cristiani,
la Nota richiama alcuni passaggi della recente esortazione post-sinodale
«Sacramentum
caritatis»,
e due documenti della Congregazione per la dottrina della fede del 2002 e del
2003.
I Vescovi: «È
interesse dello Stato che la famiglia sia solida,
e cresca in modo equilibrato».
Roma,
28 Marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della Cei
("Avvenire", 29/3/’07)
L'ampio dibattito che si è
aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in
causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine
dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e
di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci
sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino
il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell'uomo e della società
nell'impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e
condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da
sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la
presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di
fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri
lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente
espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente
"approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale
rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un'autorevole
considerazione e valutazione anche per favorire l'azione convergente dei
Vescovi" ("Statuto Cei", art. 23, b).
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il
nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di
tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi
altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la
crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre
esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e
una donna. Poter avere la sicurezza dell'affetto dei genitori, essere introdotti
da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di
sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla
famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l'impegno che essa porta con sé:
impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei
figli.
Anche per la società l'esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile,
tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr. artt. 29 e 31). Anzitutto per
il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può
essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità
e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato
che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di
fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed
educativo. Quale che sia l'intenzione di chi propone questa scelta, l'effetto
sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al
patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono
propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia
insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle
unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la
differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni
persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine
pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare
forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti
ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali
che vanno al di là della dimensione privata dell'esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere
utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa
attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo
obiettivo sia perseguibile nell'ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare
una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia
e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che
operano in ambito politico. Lo facciamo con l'insegnamento del Papa nella sua
recente esortazione apostolica post-sinodale "Sacramentum Caritatis":
«I politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave
responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro
coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori
fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul
matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi - continua il Santo Padre -
sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro
responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi
incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di
fatto.
In particolare ricordiamo l'affermazione precisa della Congregazione per la
Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole
al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha
il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e
votare contro il progetto di legge» ("Considerazioni della Congregazione
per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle
unioni tra persone omosessuali", 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi
seriamente con l'insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al
principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo
soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze
etiche fondamentali per il bene comune della società» ("Nota dottrinale
della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni
riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita
politica", 24 novembre 2002, n. 5). Comprendiamo la fatica e le tensioni
sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come
quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è
contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono
chiamati a impegnarsi in politica.
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti
hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle
scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni.
Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l'intera comunità
cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le
famiglie e che nasce dall'amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in
umanità.
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