ASSEMBLEA CEI
«Con la
visita a Vigevano e Pavia Benedetto XVI
ha voluto dare inizio al suo pellegrinaggio pastorale in Italia.
Con lui desideriamo porci alla scuola di Agostino per trovare in Cristo la
Verità».
L’intervento di Bagnasco all’apertura dell’Assemblea Cei.
Arcivescovo Angelo Bagnasco, Presidente Cei
Pubblichiamo il testo della prolusione tenuta ieri in Vaticano dall’arcivescovo Angelo Bagnasco all’apertura dei lavori dell’Assemblea della Cei.
Venerati e cari confratelli!
1. Potete
facilmente immaginare i sentimenti che mi animano nel momento in cui prendo per
la prima volta la parola dinanzi a tutti voi come presidente della nostra
Conferenza episcopale: sono sentimenti di umiltà e di trepidazione, perché l’incarico
inaspettatamente ricevuto dalla benevolenza del Santo Padre supera di molto non
solo i meriti ma le attitudini che posso mettere in campo. Questo tuttavia è un
motivo in più per confidare nella solidarietà concreta che ciascuno di voi
vorrà donarmi, nell’amicizia e nella stima reciproca. I due mesi e mezzo
trascorsi dalla nomina altro non hanno fatto che rafforzare in me la
consapevolezza che il "munus" episcopale è segnato dalla croce del
Signore, e che questa è il fondamento da una parte della nostra fraternità
apostolica e dall’altra della nostra missione come della gioia evangelica che
l’accompagna.
Il cammino compiuto insieme a voi nei nove anni del mio episcopato, le relazioni
che ho intrecciato, i contatti che ho avuto, mi rendono desideroso di avere uno
spazio nei vostri cuori: insieme serviremo il ministero della gioia, la gioia
dell’"Exsultet" pasquale, la gioia suscitata dallo Spirito Paraclito,
che a Pentecoste fu effuso sugli Apostoli, come domenica prossima la liturgia
della Chiesa ci farà rivivere. (...)
In questo contesto di famiglia amo salutare insieme a tutti voi il cardinale
Camillo Ruini, vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma, che dopo sedici
anni ha lasciato la guida della nostra Conferenza episcopale. Noi più di tutti
siamo testimoni di quanto il Papa ha voluto pubblicamente scrivergli, ossia che
«il suo coraggio e la sua tenacia nel sostenere l’impegno della Chiesa hanno
certamente reso un servizio non solo al popolo di Dio ma all’intera nazione
italiana» (in "Osservatore Romano", 28 marzo 2007). Il nostro grazie,
eminenza carissima, è non solo sincero e grande ma anche commosso, una
commozione che si attenua per la consapevolezza che lei continua a lavorare con
noi e a riversare nella nostra Conferenza sapienza e lungimiranza.
2. E
come il cardinale Ruini ha esemplarmente proposto in ogni nostro appuntamento,
vogliamo agli inizi di questa assemblea guardare anzitutto al Papa. La nostra
comunione infatti ha il suo centro nella persona e nel ministero del Successore
di Pietro. Abbiamo celebrato, nelle settimane scorse, il suo ottantesimo
genetliaco e il secondo anniversario della sua elezione a quel soglio cui egli
sta dando nuova freschezza: «L’ombra di Pietro – egli ha detto – mediante
la comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin dall’inizio, e
ho appreso che essa è un’ombra buona, un’ombra risanatrice, perché,
appunto, proviene in definitiva da Cristo stesso» (Omelia della Messa in
occasione dell’80° genetliaco, 15 aprile 2007). Queste ricorrenze sono state
sentite in modo particolare dal popolo cristiano, che vi ha partecipato con l’intensità
dell’affetto e una più corale preghiera.
Anche da questa sede, come vescovi d’Italia desideriamo rinnovargli gli auguri
più sentiti, avvalorati da una piena e aperta adesione e una fattiva e costante
collaborazione. Ci muove a questo anche l’esperienza dell’incontro personale
che ciascuno di noi ha avuto nella visita "ad limina", la premura e la delicatezza
che ci ha testimoniato, insieme al sostegno e all’incoraggiamento. Nel corso
di questa assemblea avremo ancora il dono della sua presenza: la parola che egli
ci rivolgerà sarà suggello al ciclo ormai completato delle visite "ad
limina", essendo ad un tempo indicazione provvidenziale e benedetta per il
cammino pastorale delle singole nostre Chiese.
3. Un’anticipazione
preziosa l’abbiamo raccolta dal viaggio pastorale che Benedetto XVI ha
compiuto il 21 e 22 aprile a Vigevano e Pavia. Viaggio col quale – precisava
– «ho voluto dare inizio al mio pellegrinaggio pastorale in Italia». Si è
così intenzionalmente posto sulle tracce del predecessore, andando a visitare
per prima la diocesi della Lombardia – Vigevano – non visitata da Giovanni
Paolo II, come per riprendere «il cammino da lui percorso per continuare a
proclamare agli uomini e alle donne dell’amata Italia l’annuncio, antico e
sempre nuovo… Cristo è risorto» (Saluto iniziale dal Balcone del Vescovado,
21 aprile 2007). Se nelle due celebrazioni eucaristiche, presiedute dapprima in
piazza Ducale, a Vigevano, quindi agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo, a
Pavia, sono da rintracciare i «momenti culminanti» di questa visita – con
omelie quanto mai ricche sotto il profilo teologico e pastorale – essa ha ad
un certo punto acquistato «la forma del pellegrinaggio» al sepolcro che
accoglie le spoglie mortali di sant’Agostino, «per esprimere sia l’omaggio
di tutta la Chiesa cattolica ad uno dei suoi "padri" più grandi, sia
la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto
nella mia vita di teologo e di pastore» (Omelia alla Celebrazione dei Vespri,
nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, 22 aprile 2007). Davanti alla
tomba di sant’Agostino, Benedetto XVI ha voluto «idealmente riconsegnare alla
Chiesa e al mondo» la sua prima encliclica, "Deus caritas est", che
soprattutto nella prima parte – ha precisato – è «largamente debitrice al
pensiero di sant’Agostino, che è stato un innamorato dell’Amore di Dio, e
lo ha cantato, meditato, predicato in tutti i suoi scritti, e soprattutto
testimoniato nel suo ministero pastorale» (ibid.).
Anche noi, vescovi italiani, desideriamo porci insieme al Papa alla scuola di
Agostino, immedesimarci nel suo sguardo che ardentemente fissava il mistero per
trovare «la Verità che tanto cercava: Gesù Cristo, Verbo incarnato» (ibid.).
4. Il
viaggio pastorale in Brasile che Benedetto XVI ha concluso una settimana fa è
stato un forte richiamo all’essenziale dell’annuncio cristiano. «Oggi è in
gioco l’identità cattolica» dell’America Latina, ha detto aprendo i lavori
della "Quinta Conferenza del Celam", con un discorso che rappresentava
il culmine di quell’intenso viaggio. Ma tutta la sua predicazione, dal primo
momento in cui ha messo piede in Brasile, è stata una scuola di cristianesimo:
«Ripartire da Cristo in tutti gli ambiti della missione». Questo, non altro,
il compito della Chiesa, la quale può svolgere un grande ruolo nella società
se si mantiene fedele a tale ispirazione. Benedetto XVI non ha esitato a
chiamare per nome i grandi problemi che assillano l’America Latina, le
ingiustizie, la fame, la povertà, la diffusione delle droghe, la corruzione
della vita pubblica. «Ma se la Chiesa – ha precisato – cominciasse a
trasformarsi in soggetto politico non farebbe di più per i poveri, semmai
farebbe di meno, perché perderebbe la sua indipendenza e la sua autorità
morale» (Discorso alla Sessione inaugurale dei Lavori della "V Conferenza
generale del Celam", 12 maggio 2007).
Il rinnovamento profondo della Chiesa è, per il Papa, ciò che potrà
permettere la rinascita del «continente della speranza». La Chiesa difende l’identità
del popolo, rispettando «la sana laicità» ma suggerendo «i grandi criteri e
i valori inderogabili, orientando le coscienze e offrendo un’opzione di
vita». In questo contesto si collocano i numerosi richiami al rispetto della
vita e alla difesa della famiglia, con il chiaro invito a contrastare quello che
– sia a livello "mediatico" che legislativo – irride e minaccia
quei valori fondamentali. È interessante notare che proprio su questi temi più
sensibili, Benedetto XVI ha stabilito una grande sintonia con i giovani che,
nell’incontro gioioso e commovente allo stadio di San Paolo, manifestavano il
loro consenso ogni volta che il Papa avanzava le esigenze «dure» – come le
hanno definite i giornali – quali la castità, l’indissolubilità del
matrimonio, l’unità della famiglia.
5. Per
il suo compleanno Benedetto XVI ha fatto dono, alla Chiesa e a tutti gli uomini
che cercano, del libro «Gesù di Nazaret». Sappiamo che è l’approdo a cui
è «giunto dopo un lungo cammino interiore», facendovi qui rifluire le
ricerche e la sintesi di una vita spesa nello studio e nel servizio alla
verità. Di più, spesa nell’«intima amicizia con Gesù», quell’amicizia
da cui «tutto dipende» (Introduzione, pag. 8). Non c’è bisogno che io
insista qui sulla provvidenzialità di questo libro in cui parla il credente
Joseph Ratzinger, il quale con semplicità riesce a proporsi innanzi ai
cercatori del vero Dio. Egli mostra come nei Vangeli si trovano tutti gli
elementi per asserire che la persona storica di Gesù è anche realmente il
Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare l’umanità. E pagina dopo pagina,
Joseph Ratzinger – Benedetto XVI accompagna il lettore nella ricerca e nella
scoperta del vero volto di Dio.
È noto come il proposito che ha mosso il Papa nello scrivere questo libro sia
superare lo «strappo... sempre più ampio» tra il Gesù storico e il Gesù
della fede. Come, allora, non vedere qui l’esito di tanto dibattito tra
esperti, ma che ha avuto talora riverberi non proprio insignificanti anche nelle
nostre comunità? L’intenzione era generalmente buona, nel senso di voler
rendere abbordabile la figura di Gesù anche alla mentalità odierna. Ma una
progressiva astrazione della figura storica di Gesù, anziché più convincente
per la fede, si è rivelata più rischiosa. Nel senso che, come dice il Papa, la
figura di Gesù si è piuttosto allontanata, diventando più indefinita: una
«situazione drammatica per la fede – scrive – perché rende incerto il suo
autentico punto di riferimento» (ibid.), rende incerto quel punto di leva
reale, storico, su cui invece poggia la credibilità del Gesù della fede. La
rarefazione di Cristo rende vago il volto di Dio che rischia di diventare una
realtà astratta e lontana: «Il tema fondamentale – diceva il Papa in un’intervista
alla televisione tedesca (13 agosto 2006) – è che noi dobbiamo riscoprire Dio
e non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano, poiché quando vediamo
Gesù vediamo Dio».
Non cogliere l’occasione di questo libro, e di ciò che questo libro può
rappresentare in termini di conoscenza vera, di ricerca sicura, di «visione
affidabile», sarebbe una grave occasione mancata. Non solo la ricerca
intellettuale e il dibattito pubblico hanno qui un testo importante che segna un
traguardo, ma anche il movimento catechistico e l’intero filone formativo
delle nostre diocesi, trovano in questo libro un polmone a cui ossigenarsi.
6. La
spinta a identificarsi in Gesù Cristo, che sottende al libro e a tanti
interventi del Santo Padre, sollecita e sostiene in noi vescovi il desiderio di
una continua purificazione a livello personale come in ambito comunitario. Le
nostre Chiese hanno in Gesù Cristo il loro unico e fondamentale, ma anche
concreto ed efficace, punto di riferimento. Concentrati in Lui, siamo obbedienti
alla sua Parola e alla tradizione che questa ha suscitato lungo il tempo, per
cui accettiamo di buon grado di essere a nostra volta segno di contraddizione:
il discepolo, infatti, non è di più del Maestro (cfr. Matteo 10,24).
Il "Convegno ecclesiale di Verona", del quale abbiamo in mano la
"Nota pastorale" per la discussione e l’approvazione, ha invitato la
comunità cristiana a veleggiare generosamente verso il largo dell’annuncio
evangelico. Mi è caro insistere su come la dimensione missionaria è insita nella
pastorale ordinaria delle nostre parrocchie e aggregazioni: la vita articolata
di queste realtà, infatti, pone continuamente in contatto con persone anche non
credenti o non praticanti, alle quali, nell’immediatezza dei rapporti con il
pastore, viene annunciato il Signore. D’altronde, il Vangelo ci esorta a
seminare a larghe mani con generosità, senza selezionare i terreni che appaiono
più adatti, e con grande fiducia nella forza della grazia. Inoltre, Verona ha
riaffermato che premessa e condizione vitale per comunicare la speranza
cristiana è la santità. Questa è «appartenenza radicale a Cristo»,
appartenenza d’amore: è «trasfigurazione» dell’uomo perché risplenda in
lui il volto di Gesù, volto che il battesimo ha sigillato nel nostro cuore ma
che deve progressivamente emergere e risplendere. È Lui l’uomo nuovo per
eccellenza, la novità di Dio, la primizia della nuova creazione, l’assoluta e
definitiva speranza. Ciò è affidato alla responsabilità di ciascuno, ma
innanzitutto è opera dello Spirito Santo. Per questo – nell’intreccio di
libertà e grazia – la fiducia non può mai venir meno.
Se questo compito è proprio di ogni battezzato, a maggior ragione lo è per noi
pastori che siamo posti come guide ed esempio delle comunità cristiane.
Responsabilità grande e grave, ma anche grazia straordinaria.
Mi è caro fare un accenno alla santità nella luce del Mistero eucaristico che
il Santo Padre ha richiamato all’attenzione orante e alla cura pastorale della
Chiesa nell’esortazione post sinodale "Sacramentum caritatis".
Come nel Mistero eucaristico, siamo chiamati a diventare «dono», dono di vita
per tutti, seguendo la via della Croce e il paradigma del Risorto sulla via di
Emmaus: si affianca, domanda e ascolta, non si scoraggia di fronte alla rudezza
sgarbata dei discepoli, illumina con le Scritture, spezza il Pane della vita,
riaccende la speranza e la comunità. Nella luce dell’Eucaristia, il cristiano
è chiamato a diventare «benedizione». Cristo è la benedizione sul mondo.
Inviando il suo Figlio per la nostra salvezza, Dio dichiara che l’uomo è il
suo bene, la gioia del suo cuore; attesta che non può rassegnarsi di perderlo.
Dice bene di lui e l’Eucaristia continua questa benedizione fino alla fine del
tempo. Siamo quindi chiamati ad essere benedizione per i nostri fratelli nella
fede e per l’umanità intera nella luce liberante della carità e della
verità.
7. Annunciando
il Signore Gesù, la Chiesa ricorda l'affermazione del Concilio Vaticano II:
«Cristo Signore, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre
e del suo Amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua
altissima vocazione» ("Gaudium et Spes" 22). Sta in questa
convinzione - presente sin dagli inizi del Cristianesimo - il motivo più
profondo del Progetto culturale della Chiesa Italiana che ha messo a tema la
questione antropologica: questione che - ben lungi dall'essere astratta e
lontana - è fondamentale per valutare le questioni concrete della vita
personale e sociale. Fondamentale e urgente!
La concezione della persona, com'è noto, è un'acquisizione della teologia
cristiana che trova delle anticipazioni nella filosofia greca. Ne viene colta
tutta la bellezza e dignità fino a far affermare a San Tommaso che la persona
è ciò che vi è di più perfetto in tutta la natura (cfr. "Summa T.
I.", q.29 a.3). Nella luce della fede, l'uomo è creato come «immagine e
somiglianza di Dio»; amato a tal punto che il Creatore si volge contro se
stesso per donarsi a lui e salvarlo (cfr. "Deus caritas est", nn. 9-10
e 12). Ecco la redenzione.
Se la fede può accedere alla Rivelazione sull'uomo, anche la ragione ha la
presa sulla verità umana della persona. È la forza della ragione senza
preconcetti, è la luce del buon senso comune: e questo nonostante lentezze ed
errori nel corso della storia. La persona non è una fase della vita umana, ma
è - possiamo dire - la «forma» in cui l'uomo è uomo. Per questo, anche
quando la persona non ha ancora sviluppato e attuato le sue capacità o perde
coscienza di sé, resta persona degna di rispetto e di diritto. La sua dignità
è dunque intrinseca e incancellabile qualunque siano le circostanze di vita.
L'uomo non è riducibile ad un agglomerato di pulsioni e desideri, ma è un
soggetto ricco e unitario; non è né una macchina corporea né un pensare
disincarnato. È sempre «qualcuno», non è e non diventa mai «qualcosa», un
«mezzo» per raggiungere altro. La sua ragione non solo è capace di
autocoscienza, di ragionamenti formali, di applicazione alla realtà empirica,
ma si apre anche ai significati e alla questione del bene e del male. Essa
supera i limiti della sequenza dei fatti, della mera cronaca, e l'interpreta
cercandone i perché, le direzioni future. In questo dinamismo si pone
l'universale questione del senso del vivere e del morire da cui la storia umana
è attraversata, come da un sigillo bruciante, a testimonianza della capacità
dell'uomo a trascendersi, della radicale apertura della sua anima sull'infinito,
del richiamo ontologico della persona verso la Trascendenza, cioè verso Dio.
Il suo costitutivo essere in relazione con il mondo e con gli altri, inoltre,
getta una decisiva luce sul pensarsi dell'individuo, ed è denso di conseguenze
e di stimoli per le società, nonché per la costruzione di un mondo più giusto
e quindi più umano. La libertà stessa ne beneficia, libertà che è premessa e
condizione dell'amore senza il quale vi è solitudine e morte. Essa non è un
valore individualistico e assoluto, ma ha sempre a che fare con altro da noi,
uomini e cose. Soprattutto è in relazione con dei contenuti veritativi che sono
oggetto della scelta personale e la specificano nella sua eticità.
A questo riguardo, la storia umana ci attesta un altro elemento di fondamentale
importanza: la natura umana. Senza bisogno di particolari statistiche, infatti,
l'umanità conosce ciò di cui l'uomo ha strutturalmente bisogno per essere
all'altezza del suo destino. E questo nonostante le più diverse situazioni di
epoca e di luogo, nonostante le più disparate condizioni sociali e culturali,
politiche ed economiche.
8. C'è
un'altra dimensione intimamente legata all'annuncio della speranza cristiana,
nonché all'essere della Chiesa e alla sua missione nella storia, una dimensione
che vorrei far emergere in questa occasione, perché sembra a me che essa ci
interpelli in maniera crescente. Mi riferisco a quella carità, su cui Benedetto
XVI si è soffermato nella seconda parte dell'enciclica "Deus caritas
est". In particolare, vorrei dire una parola sul servizio della carità a
cui le nostre comunità sono chiamate per andare concretamente incontro alle
sofferenze e alle necessità dei fratelli. Questa carità esige anzitutto una
conoscenza reale delle condizioni di vita delle gente, conoscenza che la Chiesa
ha in forma capillare e concreta vivendo tra la gente e con la gente, grazie
soprattutto ai sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, gli operatori
pastorali, le innumerevoli opere e istituzioni che costituiscono una grande e
vitale rete di riferimento a servizio di tutti. Vorrei insieme a voi, cari
confratelli, rinnovare la stima e la più ampia gratitudine verso i sacerdoti -
nostri primi collaboratori - per la fedeltà generosa con la quale ogni giorno
spendono umilmente la vita per le comunità loro affidate. Per questa presenza
quotidiana e attenta all'ascolto, alla comprensione, all'accoglienza e al
servizio, la Chiesa italiana è veramente Chiesa di popolo.
La nostra esperienza diretta, confermata dalla "Caritas" e dalla
stessa "Fondazione Zancàn", registra una progressiva crescita del
disagio economico sia di una larga fascia di persone sole e pensionate, sia
delle famiglie che fino a ieri si sarebbero catalogate nel ceto medio. E
proporzionalmente, c'è un ulteriore schiacciamento delle famiglie che avremmo
già definito povere.
Dalle segnalazioni che giungono ai nostri «centri di ascolto» parrocchiali,
vicariali e diocesani distribuiti sul territorio nazionale, la situazione
attualmente più esposta sembra essere quella della famiglia monoreddito con
più figli a carico. Spesso con difficoltà si arriva alla fine del mese. È da
questa tipologia di famiglie che viene oggi alle nostre strutture una richiesta
larga e crescente di aiuto - anche con i «pacchi viveri» che parevano
definitivamente superati - per lo più mascherata e nascosta per dignità. Con
alcune sottolineature: la disoccupazione di lunga durata, quando colpisce i
genitori di oltre 40 anni, diventa terreno fertile per l'alcolismo e dipendenze
varie, portando a situazioni di degrado progressivo; le donne, gravate da tassi
di disoccupazione più alti degli uomini, hanno livelli retributivi più bassi,
e quando sono madri sole con figli a carico e con la difficoltà di asili nido,
non ce la fanno senza un ricorso ai vecchi genitori; i giovani si trovano oggi
in un mercato immobiliare fuori dalla loro portata, e il loro bilancio familiare
deve dall'inizio scontare un costo dell'affitto troppo elevato per gli stipendi
correnti, specialmente quando il lavoro è ancora precario. Questo incide non
poco anche nel progettare il loro futuro. Situazioni varie, dunque, che ci
stanno dinanzi e che ci interpellano per intensificare la testimonianza della
carità evangelica e per far crescere la sensibilizzazione generale.
Come cittadini e come cristiani, è sbagliato pensare alla collettività di cui
si fa parte senza tener conto che ci sono sempre delle persone che stanno peggio
di noi. Senza avvertire il vincolo di solidarietà che ci lega agli altri e il
dovere che tutti abbiamo - con responsabilità specifiche - in ordine alla
costruzione del bene comune. C'è, per questo, un'accortezza nello spendere che
va salvaguardata sempre, sia per rispetto di chi non ha nulla, sia per poter
dare qualcosa del nostro agli altri. Nelle nostre comunità va promossa, con
garbo e costanza, l'attitudine al dono, specie nei tempi forti dell'anno. Esse
possono infatti sopperire alle crescenti richieste solo se c'è alle spalle una
dinamica comunitaria capace di rifornire con sufficiente continuità gli
sportelli aperti all'aiuto.
In questo orizzonte, un pensiero particolare va ai confratelli del nostro Sud
che da anni si stanno prodigando attraverso intelligenti azioni di formazione e
talora anche di sostegno concreto per garantire ai giovani un futuro nelle loro
terre. Tali iniziative - com'è noto - sono sostenute con convinzione dalla
nostra Conferenza episcopale tramite il «Progetto Policoro». Siamo certi che
le devastazioni e le intimidazioni che vengono inflitte dalla malavita locale
non ostacoleranno il processo di sviluppo nella legalità, e che non verrà a
mancare il sostegno e la solidarietà di tutti.
Mi è caro esprimere inoltre la fraterna vicinanza di questa Assemblea a tutte
le famiglie colpite dalla morte sul lavoro di un loro caro. Chiediamo alle parti
sociali e alle istituzioni le iniziative necessarie perché si rimuovano per
quanto è possibile le cause di tanti incidenti; emerga il lavoro nero ed
irregolare; si rendano trasparenti gli appalti, affinché la vita di ogni
lavoratore sia sempre tutelata e rispettata nella sua piena dignità.
Il quarantesimo anniversario dell'enciclica di Paolo VI "Populorum
progressio" ci stimola e ci conferma nell'attenzione lucida, concreta e
determinata anche su questi versanti del bene comune.
9. Un
fatto molto importante e, per noi vescovi consolante, è stata l'ottima riuscita
della manifestazione nota col nome "Family Day" che sabato 12 maggio
si è svolta a Roma, in piazza San Giovanni in Laterano, e che da lì si è
espansa nelle zone vicine, tanto è stato elevato - oltre certamente il milione
- il numero dei partecipanti. A promuoverla, com'è noto, sono state le
principali aggregazioni laicali della Chiesa che è in Italia, alle quali si
sono prontamente unite tutte le altre, e soprattutto moltissime parrocchie. Non
possiamo non vedere qui riflessa quella maturità dei laici che è stata uno
degli obiettivi tenacemente perseguiti nel Concilio Vaticano II, e che proprio
nel matrimonio e nella famiglia ha il suo ambito privilegiato di espressione (cfr.
GS 46-52, ma anche AA 11). Concepita come un'autentica festa di popolo, questa
manifestazione ha colpito per freschezza e serenità, e per quel senso civico di
rispetto degli altri, di proposta e di inclusione che l'ha interamente
attraversata. Voleva essere ed è stata una testimonianza forte e corale a
favore del matrimonio quale nucleo fondante e ineguagliabile per la società.
Importante in ordine al felice esito dell'incontro è stata la sinergia
sperimentata con i "media" cattolici, a partire da "Sat2000". Molto
interessante è stata inoltre la convergenza riscontrata con settori qualificati
dell'area laica, oltre che con taluni esponenti Evangelici, delle Comunità
ebraiche e di settori del mondo islamico.
Se a livello di "media" laici non c'è stata sempre prontezza nel cogliere la
novità e la portata di questo evento, non di meno esso rimarrà come un segno
forte nell'opinione pubblica e come un appello decisamente non trascurabile per
la politica. È la società civile infatti che si è espressa in maniera
inequivocabile e che ora attende un'interlocuzione istituzionale commisurata
alla gravità dei problemi segnalati.
E così la "Nota" emessa, in data 28 marzo 2007, dal nostro Consiglio
permanente «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative
legislative in materia di unioni di fatto», ha trovato nella manifestazione
pubblica del laicato il commento attendibile e l'eco più adeguata. Quel
pronunciamento, che dà doveroso riscontro al magistero del Papa nella
situazione italiana, resta valido e attuale come gesto di premura episcopale
verso il nostro popolo.
10. Sempre
a proposito di segnali positivi che investono la famiglia, vorrei citare i
risultati emersi dal congresso su «Diritti e responsabilità della famiglia»
che si è svolto a Roma nel mese di marzo, e che ha visto riuniti sotto l'egida
dell'Onu i rappresentanti di 44 Paesi e quasi cento organizzazioni non
governative. La «dichiarazione» che da questo incontro è scaturita chiede
infatti alla comunità internazionale «la più ampia protezione della famiglia
da ogni forma di discriminazione». Non si teme qui di parlare di stabilità
della famiglia, quale risorsa preziosa, anzi «insostituibile», in ordine allo
sviluppo educativo, alla coesione sociale e alla stessa crescita economica. È
rilevabile in effetti che i fallimenti scolastici, la dipendenza dalle droghe e
le violenze diminuiscono nella misura in cui si sviluppano politiche di sostegno
economico e sociale della famiglia. Per questo è del tutto conveniente che si
rimuovano gli ostacoli che impediscono di avere il numero di figli desiderati, e
di conciliare il lavoro con la famiglia. «In questo contesto - prosegue la
dichiarazione - la famiglia si sta mostrando, in tutti i Paesi e in tutte le
culture, come l'elemento fondamentale per la coesione sociale delle diverse
generazioni».
Queste acquisizioni tuttavia non appaiono per ora sufficienti ad arrestare i
travisamenti che il concetto di famiglia sta subendo. Spiace rilevare anche che
si levano a volte accuse di omofobia alla Chiesa e ai suoi esponenti. Diciamo
serenamente che la critica è semplicemente ideologica e calunniosa, e contrasta
con lo spirito e la prassi di totale e cordiale accoglienza verso tutte le
persone.
Questo, tra l'altro, spiega perché il Segretario vaticano per i rapporti con
gli Stati, l'arcivescovo Dominique Mamberti, di recente criticava quell'intolleranza
prevaricatrice che ha indotto il Parlamento europeo ad avanzare fino ad oggi ben
30 richiami censorii nei confronti della Chiesa cattolica. Di qui anche «il
pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro»
denunciato da Benedetto XVI, e che vede l'Europa «su una via che potrebbe
portarla al congedo dalla storia», ad una «forma di apostasia da se stessa»
(Discorso ai partecipanti al Congresso promosso dalla "Comece", 24
marzo 2007).
11. Desidero
esprimere a papa Benedetto XVI la più sentita e partecipe vicinanza della
Conferenza episcopale italiana per le sorprendenti esternazioni - tanto
superficiali, quanto inopportune - con le quali si è inteso da taluni criticare
il suo alto magistero. Rivolgo inoltre al Santo Padre, con sentimenti filiali,
uno speciale ringraziamento per le sue affettuose espressioni di vicinanza e di
incoraggiamento a seguito dei noti episodi di cronaca che mi hanno direttamente
coinvolto. Episodi, peraltro, costruiti su interpretazioni distorte e su
attribuzioni di pensieri mai pensati, e che neppure le immediate smentite e
precisazioni sono servite a chiarire.
Rispetto a tali episodi, pur di diversa natura e rilevanza, la maggiore
preoccupazione riguarda il rischio di una contrapposizione forzosa e strumentale
tra laici e cattolici. Questa contrapposizione in realtà non trova riscontro
nel sentire della stragrande maggioranza del nostro popolo, né può desumersi
dalla legittima diversità di posizioni su alcune pur rilevanti tematiche, che
deve potersi esprimere con serenità e chiarezza, in un clima di rispettoso
dialogo.
La Chiesa offre alla libertà e alla riflessione di tutti il proprio magistero,
senza sottrarsi alla responsabilità di concorrere alla promozione dell'uomo e
al bene comune. Questo peculiare contributo favorisce la concreta attuazione del
principio di libertà religiosa, per il quale è riconosciuto un ruolo attivo
alle Istituzioni religiose, in relazione alle esigenze della persona e all'etica
delle comunità.
Sotto questo profilo, risultano significative e apprezzabili le recenti
affermazioni del presidente della Repubblica, volte a riaffermare «il più
pacato, responsabile e costruttivo dialogo tra la Chiesa cattolica, la politica
e la società civile, in linea con gli ottimi rapporti che intercorrono tra la
Santa Sede e lo Stato italiano».
12. Vorrei
anche dire, però, che noi vescovi sentiamo la vicinanza che la gente ci esprime
quasi con accenti particolari. Il rapporto della Chiesa con la società italiana
resta significativo e rilevante, perché basato sulla reciproca conoscenza e su
un ascolto autentico da entrambe le parti. La gente di tutti i giorni, quella
della strada - cioè della vita semplice, quotidiana, spesso dura - sa che le
nostre porte sono sempre aperte per chiunque, sa che accogliamo tutti, che non
portiamo rancore, che siamo sempre pronti a ricominciare.
Permettete che io vi ringrazi, cari confratelli, per i segni innumerevoli di
vicinanza, di sostegno e di preghiera che mi avete manifestato insieme alle
vostre comunità. E così quanti si sono resi vicini da tutta l'Italia e da
Paesi esteri; istituzioni politiche, civili, militari, parrocchie, associazioni
e gruppi, nonché innumerevoli persone: sacerdoti e laici, bambini, giovani e
adulti.
La nostra fraterna comunione si manifesterà anche nel comunicato finale che -
come ho già detto nel Consiglio permanente di marzo - è resoconto del
qualificato incontro collegiale della nostra Conferenza.
Guardo al nostro amato Paese e ripeto a tutti che i vescovi rinnovano il gesto
semplice e vero dell'amicizia. Non parliamo dall'alto, né vogliamo fare in
alcunché da padroni. Ci preme Cristo e il suo Vangelo, null'altro. Lo
annunciamo come misura piena dell'umanesimo, non per rilevare debolezze o
segnare sconfitte, ma per un'obbedienza che è esigente prima di tutto verso di
noi, e che è promozione di autentica libertà per tutti. Quando ci appelliamo
alle coscienze, non è per essere intrusivi, ma per richiamare quei contenuti
pregnanti senza i quali cessa il presidio ultimo di ogni persona, anzitutto per
i meno fortunati. La distinzione «tra ciò che è di Cesare e ciò che è di
Dio», come struttura fondamentale non solo del cristianesimo ma anche delle
moderne democrazie, ci trova decisamente persuasi che dobbiamo insieme, ciascuno
a proprio modo, cercare il progresso delle nostre comunità, risvegliando anche
quelle forze spirituali e morali senza le quali un popolo non può svettare.
Se come vescovi rileviamo, magari più spesso di quanto sarebbe gradito, i
fondamenti etici e spirituali radicati nella grande tradizione del nostro Paese,
non è perché vogliamo attentare alla laicità della vita pubblica,
sfigurandola, ma per innervare questa delle inquietudini che possono garantire
il futuro. La nostra parola non ha mai doppiezze. Con trasparenza, siamo a
servizio della gioia. Nel nostro orizzonte non c'è un popolo triste, svuotato
dal nichilismo e tentato dalla decadenza. C'è un popolo vivo, capace di
rinnovarsi grazie alle proprie risorse e alla propria inevitabile disciplina,
capace di non tradire i suoi giovani, capace di parole credibili nel consesso
internazionale.
I vescovi sono con il loro popolo, e per questo popolo come sui lavori di questa
assemblea invocano - oranti - l'aiuto onnipotente del Signore, per intercessione
della Vergine, in ogni nostra contrada amata e invocata.
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