La "guerra nell’età dei "media"

RITAGLI     Quello "sporcarsi le mani"     MISSIONE AMICIZIA
davanti alla "Tv"

Pio Cerocchi
("Avvenire", 11/1/’09)

Lo "scandalo" è la "guerra". L’indecenza dell’uccisione degli "innocenti" e, comunque, la violazione inaccettabile di quel "mistero" che chiamiamo vita. Bella o brutta che sia; ben spesa oppure "malvissuta", in ogni caso la vita è e resta "intangibile" e "sacra" (due termini "etimologicamente" identici). La "modernità" che pure ha contribuito ad allentare molti vincoli "etici" nelle relazioni umane, proponendoci la guerra sempre più da vicino, contribuisce a rendere più evidente la "questione morale" che sempre l’accompagna. Con la conseguenza di porre, anche a noi che ne siamo lontani, l’urgenza di una scelta tra le parti: tra la verità e la menzogna, oppure, e peggio, tra il coraggio e la "viltà". Insomma la guerra "impietosamente" esposta nei "media" (dai grandi "network" sino all’infinita "trama" dei percorsi di comunicazione in "rete"), ci coinvolge e influisce sui comportamenti, culturali e politici prima di tutto. E in questo "scuotimento" generale della coscienza collettiva, tornano a sovrapporsi drammatiche "polarizzazioni" prima quasi dimenticate. In mezzo a tante, forse la più "dirimente" è quella che intercorre tra la pietà e la ragione, e, dunque, tra il più umano dei sentimenti e il più alto attributo dell’uomo, l’intelligenza. Due estremi tra i quali si distende un vasto territorio occupato da una infinità di elementi e di "sensazioni", che riproduce nella coscienza di ciascuno le difficoltà reali delle parti in "conflitto" nella ricerca di una composizione accettabile e dignitosa per tutti i "contendenti". Ed è proprio questa "trasposizione" a trasformare l’"inerzia" naturale dell’"opinione pubblica" in una partecipazione che da lontano si coinvolge negli eventi della guerra e del dolore che da essa promana. E da lontano l’unica partecipazione possibile è la manifestazione delle diverse "solidarietà" e, dunque, il trasferimento del "conflitto" combattuto con le armi, nel cuore stesso dell’"opinione pubblica" che così trova un ulteriore elemento di divisione, tra i tanti che già la frammentano, rendendola sempre più "indecifrabile".
L’impatto della guerra sull’"opinione pubblica", però, non è una variabile indifferente. La storia recente, compresa quella di
Israele, ha mostrato che una "vittoria militare" da sola potrebbe non bastare, se essa non fosse accompagnata da un consenso che ne giustifichi i "costi" umani e materiali, e che annulli gli effetti emotivi delle "strumentalizzazioni" di chi sfrutta le sofferenze degli altri, per riconquistare spazi politici e posizioni di "privilegio" perdute. Tutto ciò rende la guerra ancora più crudele, ma non fa più innocente chi da lontano la "strumentalizza". E sempre a senso unico. È strano, ma tra i mutamenti culturali della "modernità", vi è anche la possibilità di sporcarsi le mani di sangue "innocente" restando al sicuro da qualsiasi rischio ravvicinato. In questi giorni in cui le notizie, "spezzandoci il cuore", ci dovrebbero invitare a qualche più profonda riflessione sulla vita e sui destini del mondo, sento invece ritornare l’eco di "voci" e di "slogan" di odio che "brandendo" un dolore che non gli appartiene, approfittano della guerra per ricavarsi uno spazio che per altre ragioni essi avevano perduto. Quelle "grida" certamente fanno pensare, anche perché hanno per "bandiera" le stesse immagini del dolore "innocente" che erodono l’anima. Ma non mi persuadono perché usano la guerra, e così non aiutano la pace.