NUOVE FRONTIERE

RITAGLI   La nuova primavera delle Chiese d'Asia   DOCUMENTI

Su 52 Paesi, 32 limitano l’evangelizzazione.
Eppure i cattolici crescono del 4-5% all’anno.
Il fascino del cristianesimo più forte delle leggi anticonversione,
di persecuzioni e difficoltà che si oppongono all’evangelizzazione.
Chi sono e cosa cercano i neoconvertiti del continente
dove vivono i due terzi della popolazione mondiale.

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 15/11/’06)

In Asia la Chiesa cresce ovunque. Pur essendo un «piccolo gregge» di quasi 115 milioni di fedeli, su una popolazione di 3,9 miliardi (quasi due terzi dell'umanità), i cattolici negli ultimi 10-20 anni sono cresciuti in media al ritmo di 4-5% all'anno. Queste cifre sono ancora più strabilianti se si considera che il continente asiatico è da millenni e secoli segnato dalle grandi religioni (buddismo, induismo, islam) che hanno ormai plasmato in modo così profondo le culture che spesso convertirsi equivale quasi a uscire fuori dalla propria cultura e nazionalità. In più, sono molte le nazioni che frenano o addirittura proibiscono le conversioni e i cambi di religione: diversi stati dell'India e lo Sri Lanka si stanno dotando di leggi anticonversioni; i paesi islamici perseguitano gli apostati a rischio della vita; i paesi comunisti soffocano la testimonianza pubblica delle religioni. Su 52 paesi dell'Asia ben 32 limitano in qualche modo la missione dei cristiani. Eppure le conversioni avvengono e le testimonianze riportate sotto ne sono un piccolo esempio. Perché vi sono conversioni in Asia? Anzitutto perché i sistemi religiosi, che sembrano immobili, sono vissuti da persone che sono inquiete e cercano il bene e il vero per sé e per la società. Il cristianesimo, fondato sulla persona di Gesù Cristo, un fatto storico (e non un mito), sazia questo desiderio di verità. Attualmente vi sono perfino musulmani che apprezzano la figura di Gesù dei vangeli (dove il figlio di Maria muore davvero), più dell'immagine di Gesù nel Corano (dove Gesù si fa sostituire nella morte).
Il secondo motivo è la ricerca di una dignità personale, più forte del ruolo che la società applica a diseredati, "paria", individui spesso massacrati dalla mentalità dominante, dal Partito onnipresente, dalla religione della paura.
Un altro motivo è la testimonianza dei martiri - così abbondanti in Asia - che mostrano una grandezza umana, piena di amore a Cristo e ai persecutori, che eclissa tutti i piccoli idoli per cui la gente vive: il successo, la tranquillità, i soldi, il compromesso, il potere.
Benedetto XVI, parlando a Verona, ha detto: «La Chiesa rimane... "segno di contraddizione", sulle orme del suo Maestro (cfr. Lc 2, 34), anche nel nostro tempo. Ma non per questo ci perdiamo d'animo. Al contrario, dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta ("apo-logia") a chiunque ci domandi ragione ("logos") della nostra speranza». Questa «apologetica» del cristianesimo sta creando tanti frutti in Asia, quella che Giovanni Paolo II ha definito «il nostro comune compito per il terzo millennio».