IL FATTO

Il vice-sindaco Liu Zhihua, uomo forte dei Giochi,
è stato radiato dal Partito comunista per vita «depravata».
Aveva incassato tangenti per rilasciare i permessi di costruzione.
Ma il problema principale sono gli sgomberi di massa
per fare posto alle nuove infrastrutture.
Altissimo il numero degli «sfollati». Qualcuno è stato addirittura deportato.

RITAGLI    Pechino, dietro le Olimpiadi    SPAZIO CINA
corruzione e disastri sociali

Nell’ultimo anno repressione in aumento. Sono centinaia gli arresti di oppositori,
attivisti per i diritti umani ed esponenti religiosi.

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 20/11/’06)

Sotto i buoni auspici del numero "8", che in Cina è il numero fortunato e promette prosperità, le Olimpiadi di Pechino saranno inaugurate l'8 agosto del 2008 alle 8 di sera, andando a coprire una serie di malefatte, violenze e soprusi avvenuti durante la loro preparazione. La cerimonia di apertura dei Giochi è stata già affidata al regista cinematografico Zhang Yimou, l'autore di "Lanterne rosse" e di "Hero", fra i più sofisticati e amati da Cannes e Venezia. Il pubblico cinese lo trova invece troppo ricercato e più vicino ai palati occidentali che a quelli nazionali. D'altra parte, le Olimpiadi di Pechino saranno una specie di grande vetrina pubblicitaria cinese per abbagliare la comunità internazionale, per mostrare a tutto il mondo che l'Impero di mezzo è ormai un Paese moderno, una superpotenza economica e atletica. Ma ogni grande negozio ha il suo retrobottega con panni sporchi, polvere e disordine. E anche le Olimpiadi di Pechino hanno i loro lati oscuri, quelli che il governo cerca di nascondere o di cancellare prima del grande evento. Solo una settimana fa la Cina trionfava ai Giochi asiatici di Doha, conquistando centinaia di successi e facendo presagire un ricchissimo medagliere per le Olimpiadi, magari superando perfino gli Usa. Negli stessi giorni, il responsabile di tutte le costruzioni in preparazione, il vice-sindaco di Pechino Liu Zhihua veniva radiato dal Partito comunista. Era stato arrestato a giugno per corruzione e per condotta di vita «depravata». In carica dal '99, Liu Zhihua era divenuto l'uomo potente delle Olimpiadi, il passaggio obbligato ai permessi per costruire strade, alberghi, residenze, strutture sportive. Gli investigatori hanno scoperto che Liu intascava robuste tangenti in cambio di appalti nelle opere pubbliche e lo hanno accusato di aver accumulato 7 milioni di yuan (700mila euro). In più egli possedeva ville faraoniche nei dintorni della capitale in cui ospitava le sue amanti (da qui l'accusa di "depravazione"). Una di esse, sua segretaria, era implicata in modo diretto nella costruzione di progetti olimpici per centinaia di milioni di yuan. Nel dare la notizia dell'espulsione di Liu dal Partito comunista, l'agenzia Xinhua è stata molto cauta, nel tentativo di salvaguardare l'immagine delle Olimpiadi, scaricando su Liu tutto il marcio che è emerso. Anche il Comitato olimpico di Pechino ha negato ogni coinvolgimento. Ma nessuno spiega come mai Liu abbia potuto lavorare indisturbato, mentre migliaia di pechinesi chiedevano ragione delle loro case demolite, degli espropri forzati e dei pestaggi da parte dei teppisti ingaggiati dalle aziende di costruzione. Per realizzare alberghi e sedi olimpiche in centro, da anni la capitale è sottoposta a una violenta trasformazione urbanistica. Vecchie case attorno al Palazzo imperiale - perfino alcune ville di mandarini del 1400, ma ormai ridotte male - sono state demolite; gli abitanti, giunti al tempo di Mao, dopo il terremoto di Tangshan nel '76, espulsi con la forza. Alcuni sono stati perfino prelevati nella notte e trasferiti in campagna: l'indomani la polizia li ha trovati legati e imbavagliati. Nel frattempo le loro abitazioni erano state distrutte. Almeno 200mila pechinesi hanno dovuto accontentarsi di un irrisorio risarcimento da parte del governo della città, insufficiente anche per affittare una baracca in periferia. Denunce di architetti e storici dell'arte, petizioni e "sit-in" di abitanti espropriati sono stati messi a tacere. Nella capitale è ormai proibito presentare petizioni e occupare suolo pubblico per manifestazioni. Le demolizioni forzate non avvengono solo nel centro: anche la periferia è in balia delle ruspe. Per far nascere i nuovi villaggi olimpici attorno al quarto anello (la circonvallazione), si stanno distruggendo circa 300 villaggi fatti di legno e lamiera, che "offendono" l'occhio di chi guarda agli avveniristici impianti sportivi. Almeno un milione e mezzo di migranti giunti a Pechino in questi anni, operai generici e neolaureati, hanno trovato qui un tetto dove vivere e la speranza di guadagnare qualcosa per le loro famiglie rimaste in campagna. Il governo ha lasciato per decenni che crescessero come "favelas" brasiliane. Ora le rade al suolo, costringendo gli abitanti a lasciare la città o spostarsi in sobborghi ancora più lontani. Alcuni attivisti per i diritti umani hanno definito queste operazioni «Pulizie in vista delle Olimpiadi del 2008». Ma la pulizia più radicale è quella diretta contro ogni dissenso. Quando Pechino è stata scelta come sede olimpica, molti pensavano che l'appuntamento avrebbe favorito l'apertura al mondo e i diritti umani. Invece, soprattutto in quest'ultimo anno, la repressione è aumentata. Fra gli arrestati "eccellenti", Hu Jia, attivista che lavora per diffondere notizie sull'epidemia di Aids in Cina; l'avvocato cristiano Gao Zhisheng, una volta il fiore all'occhiello del mondo legale di Pechino, ora guardato come un traditore, da quando difende contadini, uiguri, cristiani e membri del Falun Gong; Chen Guangcheng, attivista cieco che ha denunciato gli aborti forzati e sterilizzazioni nella provincia dello Shandong. Secondo i movimenti civili, nella seconda metà del 2006 sono state arrestate almeno 100 persone. A esse vanno aggiunte decine di protestanti, cattolici, buddhisti e musulmani. Gli attivisti definiscono le prossime Olimpiadi «un'illusione di pace e prosperità per prendere in giro i visitatori». Gli organizzatori, dal canto loro, continuano a sostenere che il Paese «cambierà dopo i Giochi». Jacques Rogge, capo del Comitato olimpico internazionale, afferma che la richiesta di rispetto per i diritti umani da parte del Cio è ferma. Ma non si vede ancora alcun risultato.