Diagnosi importanti alla X sessione del Parlamento

RITAGLI   Il partito pigliatutto   SPAZIO CINA
causa del malessere cinese

I problemi morali dipendono dal fatto
che si arroga poteri spirituali e di governo.
Separare l'autorità spirituale e quella amministrativa è la via più efficace.
La prima va lasciata alle religioni.

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 17/3/’07)

La decima sessione dell'Assemblea nazionale del popolo (Anp), il Parlamento cinese, si è conclusa ieri fra grandi applausi ed enormi promesse per tenere il passo con le aperture economiche, ma in molti rimangono forti dubbi sull'efficacia delle politiche intraprese. L'Anp ha votato a larghissima maggioranza (93%) la legge sulla proprietà, che garantisce uguale difesa sia per quella pubblica sia per quella privata. Tale legge, preparata da oltre 13 anni, è vista da alcuni parlamentari come uno «svendere il Paese al capitalismo». Ma essa è divenuta necessaria per frenare la cessione a basso prezzo di industrie e immobili di proprietà dello Stato, che con troppa facilità passano nelle mani dei privati (spesso membri del Partito); ed è ancora più urgente perché tenta di frenare gli espropri delle terre ai contadini da parte di membri senza scrupoli del Partito: ciò che ha causato la maggior parte delle 200mila rivolte sociali di questi ultimi 3 anni. Certo questa legge renderà più credibile lo "slogan" della «società armoniosa» del presidente Hu Jintao, ma il problema rimane la vigilanza sulla sua applicazione. Ne è prova la situazione di molte proprietà della Chiesa cattolica. Sebbene da quasi 20 anni vi siano regolamenti voluti da Deng Xiaoping e da Jiang Zemin sul ritorno di edifici e terreni sequestrati ai tempi di Mao e della Rivoluzione culturale, finora circa l'80% dei beni della Chiesa resta in mano a segretari dell'Associazione patriottica e a membri dell'Ufficio per gli Affari religiosi, che li usano per scopi privati. Un altro passo avanti di quest'anno è l'incremento degli aiuti ai contadini nel campo della scuola e della sanità, per sollevarli dalla povertà e dall'analfabetismo. Pur con questi sforzi, la spesa pubblica per la sanità in Cina non supera il 2,7% del Pil; la spesa per l'istruzione non raggiunge nemmeno il 3%. La quarta economia al mondo rimane così al quartultimo posto nella scala mondiale della sanità (al 144° posto), e nell'istruzione è dietro ai Paesi più poveri. Si capisce perché rappresentanti delle regioni agricole (Jiangsu, Hunan, Sichuan, Shaanxi...) siano scandalizzati della politica governativa che dà (pochi) soldi e zero diritti. E, infine, vi è la lotta alla corruzione, uno "slogan" perpetuo all'Anp. Ogni anno decine di migliaia di membri vengono allontanati e condannati. Quest'anno è toccato a Chen Liangyu, segretario del Partito comunista di Shanghai, e alla sua corte, responsabili di aver utilizzato per fini privati miliardi di fondi pensione. Il Partito ha diffuso in tutte le sedi l'insegnamento confuciano per esaltare la moralità, ma la stessa Corte suprema confessa che ogni anno vi sono decine di migliaia di membri che sfuggono alla giustizia. Secondo alcuni, questo è il segno che il Pcc ha ormai tradito il suo statuto («essere i primi a sopportare le difficoltà; gli ultimi a godere di comodità»). Il problema è uno solo: occorre che le riforme portino a staccare Partito e governo dall'economia e a costituire una vera società liberale. Una proposta interessante è venuta nei giorni scorsi da Shan Shaojie, docente di filosofia all'università Renmin. A suo parere, i problemi morali del Partito dipendono dal fatto che esso si arroga poteri spirituali e poteri di governo. Separare l'autorità spirituale e amministrativa è la via più efficace. L'autorità spirituale va lasciata alle religioni e non al Partito. Ma a patto che le religioni siano davvero libere, anche di criticare i membri del Partito, magari aiutate da una stampa libera: tutte cose su cui la Cina è ancora in grave ritardo.