L'ordinazione di 57 sacerdoti, un segnale importante
RITAGLI  
Hanoi vede nella Chiesa un interlocutore prezioso   DIARIO

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 30/11/’05)

L'ordinazione sacerdotale di 57 diaconi sul sagrato della cattedrale di San Giuseppe ad Hanoi è il segno della vitalità della Chiesa vietnamita e delle aperture del governo. Una Chiesa che nei secoli ha donato decine di migliaia di martiri e di recente migliaia di confessori della fede, marciti nei lager comunisti per decenni, è provvidenzialmente carica di vocazioni. Nell'anno 2004-2005 si contavano ben 928 seminaristi nei 6 seminari ufficiali. Il gran numero di vocazioni è soprattutto il segno del mutato atteggiamento del governo nei confronti della Chiesa. Per molto tempo Hanoi non ha aperto i seminari. Poi ne ha permessi alcuni, fino ai 6 attuali. Ma il numero dei candidati che possono entrare è fissato dal governo. Ancora oggi il seminario di Hanoi può accogliere seminaristi ogni anno; gli altri, perfino quello di Ho Chi Minh City e quello di Xuan Loc, con migliaia di candidati, possono aprire le porte ai nuovi solo ogni due anni e con un numero fisso.
Per il resto la vita della Chiesa, e quella delle altre religioni, rimane ingabbiata in un Regolamento che gestisce tutto con un sistema di "richieste e concessioni": stampare libri, insegnare, restaurare chiese, costruirne di nuove, programmazioni pastorali, nomine dei vescovi, tutto ha bisogno di "richieste" e di "concessioni" da parte del governo. Da anni i vescovi chiedono di poter stampare una rivista della Chiesa e il permesso non arriva mai.
Eppure, si registra qualche segno di novità: i vescovi sono nominati in tempi più ristretti, i permessi per costruire chiese arrivano prima, la distribuzione del clero è più generosa. In considerazione delle persecuzioni subite dai protestanti montagnard negli altopiani centrali e dai buddisti della Chiesa Unificata nel Nord e a Huê, sembra che il governo stia cercando nella Chiesa cattolica un interlocutore, sia pure sempre scomodo.
Va detto che pur vivendo da decenni sotto un regime comunista che controlla ogni passo, la Chiesa vietnamita è impegnata in modo radicale per il bene della popolazione (qui il 25% di cittadini vive sotto la soglia della povertà). Dopo lo sfacelo della guerra, le fughe dei boat people e la disillusione nei confronti del marxismo, molti cristiani sono impegnati in scuole, asili, cliniche per i poveri, centri per i lebbrosi, scuole professionali e linguistiche: tutte attività ufficialmente "proibite" dal governo, ma fortemente necessarie alla nazione e per questo "sopportate". Ormai il governo vede la Chiesa come un mezzo per rispondere alle situazioni di bisogno che esso stesso non riesce ad affrontare.
Vi è un altro motivo che spiega questo trattamento nei confronti della Chiesa cattolica: da 10 anni Hanoi cerca di entrare nell'Organizzazione Mondiale del commercio. Le difficoltà sono esterne, ma anche interne. L'aiuto alla Chiesa cattolica è il miglior lasciapassare per essere stimati dalla comunità internazionale che preme per una liberalizzazione del mercato usando la verga dei diritti umani. Ma il sostegno alla Chiesa cattolica è anche utile alla politica interna: da anni il partito unico è bloccato fra stalinisti, che non vogliono alcun cambiamento e affossano le riforme economiche, e liberali - come l'attuale primo ministro - che tentano di traghettare il Paese verso la modernizzazione.
Per far pesare la bilancia verso il cambiamento occorre potenziare gli attori della modernità, che abbiano più credibilità dei politici, di continuo inghiottiti in scandali di corruzione. I cattolici, e con essi le comunità cattoliche vietnamite d'oltremare (Usa e Canada), ne sono la strada.