In Cina si prepara un Congresso ancora opaco

RITAGLI    L'esasperazione cresce, il regime «armonizza»    SPAZIO CINA

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 29/8/’07)

Molta stampa italiana ha citato ieri una lettera scritta da oltre 1000 attivisti per i diritti umani per chiedere la libertà dei detenuti politici in Cina e per domandare un corso democratico alla società cinese. La lettera pare indirizzata al presidente Hu Jintao, che è anche segretario generale del "Partito comunista", alla vigilia del "17° Congresso", che aprirà le porte il 15 di ottobre. Il testo della lettera non è noto e molti dissidenti di fama, interrogati direttamente dall’agenzia «Asia News», non sapevano nemmeno della sua esistenza. L’unico nome reso noto tra i firmatari è l’attivista Hu Jia, che è agli arresti domiciliari. Non sappiamo dunque se il testo esista davvero. Con ogni probabilità, essa è più un resoconto – redatto magari da pochi – dei desideri e delle speranze che da anni la società cinese ha nei confronti del suo governo, e che rimangono da anni frustrati. Una "lettera aperta" di intellettuali e dissidenti famosi, rivolta a Hu Jintao e alla comunità internazionale, diffusa a un anno dalle Olimpiadi lo scorso 8 agosto, conteneva più o meno le stesso richieste: libertà di stampa, di parola, di associazione, tribunali imparziali, riforme democratiche... Ciò che stupisce è che tali richieste sono diritti universali, per la cui promozione Pechino si è espressa firmando le "Convenzioni Onu". Per tutta risposta, in questi decenni, il Partito si è sempre difeso citando «il caso speciale» della Cina e bollando quei diritti come un «inquinamento occidentale». Lo stesso Hu Jintao e il "premier" Wen Jiabao hanno sostenuto lo scorso anno che il loro Paese non avrà mai una democrazia all’europea. La cosa umiliante è vedere politici stranieri che avallano il carattere "speciale" della Cina, che assolvono tutte le sue violazioni citando il fatto che «un Paese di oltre un 1 miliardo di persone» non può avere autentiche strutture democratiche. Si dimentica che l’India, Paese altrettanto popoloso, ha una democrazia di tutto rispetto. In passato, Wen Jiabao si era lasciato sfuggire che forse la Cina doveva ispirarsi alle democrazie socialiste scandinave. Ma il modo in cui il "17° Congresso" viene preparato non lascia molte speranze. Poche settimane fa, una direttiva del ministero dell’Informazione ha preteso che in tutti i "media" (compreso "Internet") siano bandite le «notizie negative». Tutti invece devono creare «un ambiente armonioso» e positivo. Il motivo è che ormai in tutto il Paese il terribile deterioramento ambientale, la corruzione dei capi locali, gli espropri ingiustificati, la crescente povertà e l’aumento dei prezzi degli alimenti hanno esasperato così tanto la gente che ormai non passa giorno senza che vi siano centinaia di sommosse, attacchi a sedi di Partito, scontri con la polizia e l’esercito. Davanti a questa situazione, che mette a rischio la stessa "sopravvivenza" del Partito, i "leader" hanno accantonato anche l’idea di una democrazia scandinava. Gli arresti di decine di attivisti e difensori dei diritti umani, il divieto di sottoscrivere petizioni, l’incremento delle forze "anti-sommossa" sono un tentativo di "auto-difesa" del regime comunista stesso. Anche il suggerimento di una democrazia interna al Partito – emerso nello scorso Congresso – sembra caduto, e le lotte tra "cricca" di Shanghai (che fa capo a Jiang Zemin) e Hu Jintao hanno lasciato spazio alla riconciliazione. Il Congresso – secondo la «Xinhua» – celebrerà in egual misura il contributo di Deng, di Jiang e di Hu. È difficile dire se il pugno di ferro potrà durare o se la tensione esploderà incontenibile. L’Occidente dovrebbe aiutare la Cina a disinnescarla, se non per amore dei diritti umani, prima e vera motivazione, almeno per la tutela dei suoi interessi economici nel Paese.