Nel
complesso mosaico delle comunità dell’Est,
l’arrivo di nuovi presuli segna una tappa importante nella storia delle Chiese
locali,
spesso limitate nell’espressione della propria fede.
L’italiano Paolo Pezzi arcivescovo di Mosca, a Pechino ordinato Giuseppe Li Shan.
CINA
Ieri la
consacrazione del pastore
«in comunione con il Pontefice»
Pechino
ha un nuovo arcivescovo ed è in comunione col Papa.
Monsignor Giuseppe
Li Shan, 43 anni,
è stato ordinato ieri mattina nella cattedrale dell’Immacolata Concezione (Nan
Tang) alla presenza di circa mille persone, autorità del governo e personalità
dell’"Associazione Patriottica" (Ap), accompagnate da un imponente
servizio di sicurezza.
Li Shan è conosciuto come un pastore "vivace". È stato parroco della chiesa di
San Giuseppe, dove si trova una folta comunità giovanile e dove ogni anno
avvengono centinaia di battesimi di adulti.
Il vescovo consacrante è stato Giovanni Fang Xingyao, vescovo di Linyi. Insieme
a lui hanno concelebrato Zhang Hanmin di Jilin, Pei Junmin di Liaoning e Luigi
Yu Runsheng di Hanzhong: tutti vescovi riconosciuti dalla Santa Sede. L’ordinazione
di Li Shan viene a chiudere un capitolo amaro della diocesi di Pechino, che fino
al 20 aprile scorso era retta dal vescovo patriottico Michele Fu Tieshan; un
pastore che per quasi 30 anni non ha mai richiesto la riconciliazione col Papa.
A causa di questo i cattolici di Pechino non partecipavano più alle cerimonie
in cui Fu era presente. Questo spiega la gioia che essi hanno dimostrato ieri
nel sapere della rinnovata unità fra la Chiesa di Pechino e la Santa Sede.
«È un fatto positivo, una prima pagina – ha commentato monsignor Ferdinando
Filoni, sostituto alla "Segreteria di Stato Vaticana" – , speriamo
che sia la pagina di una lunga storia». La nomina dei vescovi, ha spiegato
Filoni, è uno dei temi più importanti nel cammino di ristabilimento dei
rapporti tra Pechino e Santa Sede, tema che si affianca a quello «della
libertà della Chiesa e quindi i diritti di tutti i cristiani di poter
professare liberamente la propria fede».
L’Associazione Patriottica, e in particolare il suo
"vice-presidente" Antonio Liu Bainian, tuttavia, non ha nascosto i
tentativi di bloccare l’ordinazione, riuscendo, però, solo a «ingessarla»,
con un rigido cerimoniale e permettendo la partecipazione a pochi fedeli: solo
invitati scelti; niente foto; niente contatto fra il vescovo e i fedeli; tempi
calcolati (poco più di un’ora); la presenza imbarazzante di alcuni vescovi
non in comunione col Papa. Inoltre per evitare che il vescovo in questi giorni
avesse contatti con la Santa Sede, a Li Shan è stato vietato di uscire. Ma l’arcivescovo
eletto aveva già da tempo domandato l’approvazione al Papa e secondo l’agenzia
"AsiaNews" Benedetto XVI gli avrebbe inviato una croce pettorale come
segno di comunione.
La notizia dell’approvazione papale ieri era solo sussurrata tra i fedeli, ma
nel pomeriggio (in serata a Pechino) è giunta anche la conferma da parte
vaticana: in un articolo dell’"Osservatore Romano", in cui si fa la
cronaca dell’evento, si afferma che l’ordinazione di oggi e quella dell’8
settembre scorso (a Guiyang) sono avvenute «in comunione con il Papa» e i due
presuli sono «riconosciuti dal governo».
L’"Osservatore Romano", inoltre, auspica che «che tutte le diocesi
possano avere pastori degni e idonei, capaci di vivere in piena comunione con la
Chiesa cattolica e con il Successore di Pietro e di annunciare il Vangelo di
Gesù Cristo al popolo cinese».
In effetti vi sono in Cina decine di diocesi che hanno bisogno di un nuovo
vescovo. L’Associazione Patriottica - che cerca di costruire una chiesa
nazionale, indipendente dalla Santa Sede – "avoca" a sé la
responsabilità delle scelte; il Vaticano, invece, pur lasciando le indicazioni
di «candidati degni» alle comunità cristiane (e non all’Ap), afferma che la
designazione ultima deve venire da Roma, come è nella prassi e nella comunione
della Chiesa.
L’ordinazione episcopale di Pechino è un segno che si è aperto uno "spiraglio"
di dialogo fra Santa Sede e governo (o almeno una parte di esso). Appare,
inoltre, come un segno di un indebolimento dell’Ap. L’organismo nato 50 anni
fa ormai controlla meno della metà dei cattolici cinesi (5 milioni), ma un’altra
decina, stanca di controlli indebiti, vive la fede nelle comunità non
riconosciute.
Il controllo su chiese, conventi, seminari, pubblicazioni, ordinazioni dei
vescovi e la persecuzione delle comunità "sotterranee" ha creato un’immagine
deleteria della Cina nel mondo. Per questo il governo, che sta cercando di
mostrare il volto migliore del Paese in occasione delle "Olimpiadi
2008", ha bisogno di manifestare più libertà religiosa. In realtà la
corruzione della società e del Partito è fonte di violente manifestazioni
sociali e di ricerca "spasmodica" di valori spirituali fra la gente. Un’istanza
colta da alcuni membri del governo che auspicano una maggiore libertà per le
Chiese cristiane e le altre fedi.