Aperto ieri il "Congresso" del "Partito Comunista Cinese"

RITAGLI     Pechino,     SPAZIO CINA
un fiume di parole per non affrontare i problemi

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 16/10/’07)

C’è tutto e il contrario di tutto nel chilometrico discorso del segretario Hu Jintao all’apertura del "17° Congresso" del "Partito comunista cinese" ("Pcc"). Nella tradizione di "unire gli opposti", Hu ha dichiarato di voler continuare nel solco di Deng e del «socialismo con caratteristiche cinesi». Esso prevede ancora un’enorme crescita economica del Paese e un suo innalzamento a "leader" mondiale. Hu ha addirittura promesso che entro il 2020 il "Pil pro capite" verrà quadruplicato rispetto al 2000. Ma ha anche espresso preoccupazione per uno sviluppo industriale senza regole, che sta distruggendo l’ambiente e inquinando i fiumi; per lo spreco delle risorse umane ed energetiche, con le morti sul lavoro, la burocrazia, l’uso spropositato di carbone, petrolio, acciaio e terreni agricoli "risucchiati" dalle fabbriche. Per un aggiustamento di questi squilibri, il segretario (e capo dello Stato) ha coniato l’espressione «sviluppo scientifico», che sarà addirittura inserita nella costituzione del Partito. Hu ha pure denunciato con forza la corruzione che mina la fiducia della popolazione nel Partito, promettendo una lotta senza tregua ai membri che si arricchiscono a spese del bene comune. Fra le altre promesse, quella di «mettere la gente al primo posto», attuare riforme per diminuire l’abisso fra ricchi e poveri, rafforzare la classe media, cosicché tutta la popolazione – anche i contadini, i più poveri – possa godere di lavoro e assistenza sociale. L’unico "neo" di questo grande sogno è che non si dice come potrà avverarsi. Nel discorso, le parole «riforme» e «aperture» sono state citate almeno 30 volte, ma senza mai definirle. Un’altra parola ripetuta è «democrazia», citata almeno 60 volte. Ma come avviene nel Partito da quasi 60 anni, Hu ha promesso che il "Pcc" svilupperà la «democrazia del popolo», non attraverso modalità «occidentali», ma «con caratteristiche cinesi», rafforzando «la democrazia all’interno del Partito». Il ristretto gruppo del "Politburo" e le centinaia di membri del "Comitato centrale" ritengono di sapere a priori di cosa il popolo abbia bisogno: rendendo molte cariche elettive all’interno, si garantisce che «il popolo è il padrone» del Paese. Hu ha pure dichiarato di voler aprire «dialoghi di pace» con Taiwan, ma non ha detto con chi: finora infatti, ha preferito rapporti con l’opposizione del Kuomintang, pur di non parlare con il presidente taiwanese, democraticamente eletto. E ancora, per tranquillizzare i Paesi dell’aerea preoccupati dall’"escalation militare", ha detto di voler potenziare l’esercito, ma solo «a scopo di difesa» e non per volontà "egemoniche".
Insomma, in un discorso di due ore e mezzo, si trovano risposte a problemi e preoccupazioni della società cinese e internazionale abbastanza vaghe da lasciare le mani libere al Partito. Unico fatto indiscusso è la «supremazia del Partito», anche se qualcosa è cambiato: essa non è più espressa da un uomo forte, come ai tempi di Mao e di Deng, ma da un gruppo. È molto significativo che Jiang Zemin, ormai ex segretario, considerato un nemico di Hu, abbia sfilato subito dopo di lui e si sia seduto sempre al suo fianco, segno di un’alleanza per mantenere il potere. Unico assente dal Congresso è il popolo, per cui il "Pcc" pretende di lavorare: nella città soffocata da 800mila addetti alla sicurezza, molti sono andati al lavoro come sempre, scettici su ogni cambiamento; altri marciscono in prigione perché, essendo cinesi, sognano un democrazia in cui possano esprimere la loro opinione in libertà.