IL MONDO IN VATICANO

RITAGLI   La nuova Cina del cardinale Zen   SPAZIO CINA

Il presule: il Papa ci è vicino. Gelo da Pechino: non faccia politica.
Affidata a un portavoce del ministero degli esteri la reazione ufficiale delle autorità
alla scelta del Papa di chiamare nel Sacro Collegio il vescovo di Hong Kong.

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 24/2/’06)

La nomina del vescovo Joseph Zen a cardinale è stata una scossa per Hong Kong e la Cina. Da Pechino per ora è giunta una sobria dichiarazione di Liu Jianchao, portavoce del ministero degli esteri che si premura di esigere che «le personalità religiose non si intromettano in politica». In effetti il vescovo di Hong Kong ha un nutrito curriculum di interventi e frizioni con il governo cinese: veglie di preghiere annuali per ricordare il massacro di Tienanmen; denuncia degli arresti di vescovi e sacerdoti; lotta per difendere la democrazia di Hong Kong contro le manipolazioni di Pechino; difesa della libertà di educazione; impegno per la libertà religiosa della Chiesa e delle religioni (anche della Falun Gong) nella madrepatria e nel territorio. Ma più che un vescovo che si immischia in politica, monsignor Zen è un campione della dottrina sociale della Chiesa. Padre Peter Barry, ricercatore dell'Holy Spirit Study Centre di Hong Kong, centro di studi teologici sulla Chiesa in Cina, uno dei più stretti collaboratori del nuovo cardinale, ricorda che il vescovo «sostiene la dottrina sociale della Chiesa. Ha molte copie del Compendio della dottrina sociale, e lo diffonde con entusiasmo». Proprio per questo parla spesso con chiarezza di giustizia sociale e libertà religiosa. La sua azione non è una miscela ambigua di fede e politica, ma un'affermazione del diritto della Chiesa ad avere libertà senza essere sotto il continuo e soffocante controllo dello stato e dei politici. Da questo punto di vista, a differenza di quanto si pensi, il vescovo Zen è stimato da una parte della leadership politica in Cina per la sua chiarezza. La sua lotta per la democrazia e la libertà religiosa è vista dai liberali come uno spunto catalizzatore verso una riforma non violenta del sistema di Pechino. Forse gli unici a non apprezzarlo sono i membri dell'Associazione Patriottica, che fanno del controllo sulla Chiesa un mestiere redditizio. Liu Bainian, vice-presidente dell'Associazione Patriottica si è lasciato sfuggire solo un commento laconico: «È bene avere un cardinale cinese». Liu è l'opposto di Zen: da mesi gira il Paese per riaffermare il controllo dell'Associazione sulla Chiesa e sulle nomine episcopali e per ridurre all'obbedienza - col lavaggio del cervello o con la prigione - i vescovi sotterranei. Il lavoro di monsignor Zen è al contrario quello di difendere la non ingerenza dello Stato nelle nomine e di unire i due rami della Chiesa di Cina. Il vescovo di Hong Kong ha spesso parlato della persecuzione subita anche dalla Chiesa ufficiale: umilianti controlli, commissioni politiche, supervisione dei seminari, delle pubblicazioni, dell'amministrazione. Per questo è amato da entrambi i rami della Chiesa ed è un punto di riferimento per ufficiali e sotterranei. Ieri monsignor Wei Jingyi, vescovo non ufficiale di Qiqihar, raggiunto per telefono da AsiaNews, per un commento sulla nomina a cardinale di monsignor Zen ha subito esclamato: «È una grande felicità!». Giuseppe Wei Jingyi era fra i quattro vescovi della Cina Popolare invitati al Sinodo sull'Eucaristia lo scorso ottobre. Il governo cinese non gli ha permesso di lasciare la Cina per giungere a Roma.
«Penso che il Papa abbia nominato Zen proprio perché cinese», ha continuato monsignor Wei. «È una decisione perfetta, giusta, intelligente. Il nuovo cardinale è una persona magnifica. Questa nomina esprime il fatto che per il Papa la nazione cinese e la Chiesa cinese hanno un posto importante nel suo cuore». «Il cardinale Zen - ha ancora detto Wei - è una personalità di fede profonda e appassionata; è molto affidabile e intransigente sui valori e sui principi della Chiesa. Questo suo carattere è molto noto anche in Cina. Per questo io sono molto contento. Hong Kong e la sua Chiesa avevano già un posto speciale per la Chiesa di Cina. Ora, avrà una influenza ancora maggiore per la sua unità e il suo sviluppo».
Per la gente di Hong Kong, anche per i non cristiani, monsignor Zen è un campione di giustizia e di carità: aiuta personalmente le famiglie povere, anche quelle che provengono dalla Cina; perfino da vescovo è stato cappellano delle suore di Madre Teresa e cappellano delle carceri. Il suo impegno e la sua franchezza lo hanno reso inviso a qualche business-man - che teme che la democrazia nel territorio danneggerà gli affari - e a qualche sacerdote che preferisce una posizione più «dialogica» e sottomessa verso Pechino. Telefonando all'ormai cardinale Zen, pochi minuti dopo l'ufficialità della sua nomina, mi ha confidato commosso: «Questa nomina è una conferma di tutto l'impegno preso finora, una conferma che non siamo andati fuori strada. Il Papa è informato di tutte le nostre prese di posizioni. Questo atto ci conforta e ci sostiene».