Viaggio
in una realtà di fede, tanto lontana dai riflettori,
quanto resistente nel tempo e vitale:
in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 35 anni,
mentre fioriscono le vocazioni religiose femminili.
BERNARDO
CERVELLERA
("Avvenire",
3/2/’08)
La persecuzione verso i
cristiani in Cina
non avviene solo con l’arresto di vescovi, sacerdoti e laici o con il
controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ve n’è una più
sottile: la manipolazione della storia, il sotterramento della lunga tradizione
della fede e del suo contributo alla cultura della Cina.
Molto spesso, nei miei viaggi in Cina, studenti universitari e guide turistiche
mi domandano preoccupati: «È vero che il
Papa trama per
far cadere il governo cinese?». Anche la dolcissima "Lettera"
di Benedetto XVI ai cattolici cinesi,
pubblicata lo scorso 30 giugno, è stata giudicata da funzionari del governo
come «l’ennesimo tentativo» di riportare indietro l’orologio della storia;
incatenando ancora al Papa di Roma la Chiesa in Cina, «ormai indipendente».
Questa lettura ideologica e nazionalistica sulla presenza della Chiesa in Cina
dimentica che il cristianesimo nell’"Impero di Mezzo" ha una storia
di oltre 1400 anni.
Ed è una storia di grandi contributi culturali e sociali verso il popolo
cinese.
Il primo documento che narra la presenza del cristianesimo in Cina è la
"Stele di Xian", conservata nel Museo delle «10 mila stele» (Bolin).
Si tratta di una pietra alta più di 3 metri, scritta in cinese e in siriaco,
dove si racconta del monaco Alopen, che nel 635 giunge nella capitale dell’impero
Tang – Chang An, a quel tempo forse la città più cosmopolita del mondo – e
lì predica la «religione della luce» ("jing jiao"). Chang An aveva
già visto l’arrivo di un’altra religione straniera: il buddhismo. Tempo
dopo giungerà anche l’islam. L’imperatore Tang Taizhong, in un decreto del
638 ne permette la diffusione, giudicandola «eccellente… vivificante per l’umanità,
indispensabile». La comunità a Chang An è la prima, documentata comunità
cristiana in Cina. Si tratta, molto probabilmente, di una comunità di monaci
siriaci (antenati "nestoriani" della Chiesa caldea), giunti a Chang An
lungo la "Via della Seta", che collegava il commercio del Mediterraneo
con quello dell’Estremo Oriente.
La struttura di queste comunità suscita perplessità: essi danno uguale
dignità a nobili e gente comune, ricchi e poveri; non hanno schiavi o schiave e
tendono a non accumulare ricchezze. Nell’845 – su influenza della corte
"confuciana" – l’imperatore proibisce tutte le religioni
straniere. Le comunità siriache fuggiranno nell’Asia centrale, non lasciando
quasi alcuna traccia fino al 1997. In quell’anno, uno studioso americano,
Martin Palmer, scopre nella pagoda "Da Qin" – a Lou Guan Tai, nei dintorni di
Xian – figure e statue che ricordano l’iconografia cristiana d’oriente.
Attualmente la pagoda è usata da una comunità buddhista. Va detto che grazie
al lavoro di "inculturazione" (come diremmo oggi) svolto dai monaci
siriaci, almeno fino al periodo Ming, Gesù e Maria sono perfino entrati nel
"pantheon" taoista.
La storia delle comunità siriache sfata il mito falso di un cristianesimo come
religione "troppo recente" (è giunto in Cina solo pochi secoli dopo
il buddhismo) e come un corpo estraneo, ben integrato invece nel rapporto con le
altre religioni cinesi.
Che il Papa non fosse – come non lo è adesso – un cospiratore "anti-Cina"
è evidente anche dalla seconda ondata di evangelizzazione nell’impero cinese,
ai tempi di Marco Polo. Nel XIII secolo, Papa Innocenzo IV e il Re di Francia
Luigi IX inviarono più volte Francescani e Domenicani alla corte del "Gran
Khan",
sotto la dinastia Yuan. Non si tratta di veri e propri missionari, ma di inviati
per raccogliere notizie e avviare una presa di contatto diplomatica. Fra essi va
ricordato Fra’ Giovanni di Pian del Carpine, che giunge fino a Karakorum
(1245-47), il fiammingo Guglielmo di Rubruck (1253-55) e soprattutto Fra’
Giovanni da Montecorvino che arriva a Kambalik (vicino all’attuale Pechino)
nel 1294, coadiuvato da alcuni frati (fra cui Arnaldo da Colonia e Odorico da
Pordenone).
Montecorvino rimane in Cina fino alla morte, avvenuta nel 1328. Nel 1307 Papa
Clemente V lo nomina arcivescovo di Pechino e "Patriarca dell’Oriente", un
titolo di cui si è onorato perfino il vescovo "patriottico" di
Pechino, mons. Michele Fu Tieshan, morto lo scorso anno. La missione di
Montecorvino ebbe un discreto successo. In un resoconto ai suoi superiori egli
parla di «seimila battezzati; 150 bambini formati a scuola». Ai Francescani si
deve pure la prima traduzione della Bibbia in lingua "mongola".
Anche la famiglia Polo, andata in Cina per il commercio, è stata strumento di
evangelizzazione. Fra l’altro, Matteo e Nicolò Polo erano stati incaricati da
Khubilai Khan a tornare in Italia, chiedendo al Papa di inviare in Cina dei
sapienti cristiani per fondare una Università. Ma le lotte fra papato e regni
nazionali in Europa non permisero di soddisfare la domanda. E la vittoria della
dinastia Ming (1368-1644) cancellò ancora una volta la presenza cristiana.
Ma sarà ancora l’evangelizzazione – questa volta ad opera soprattutto dei
Gesuiti – ad aiutare la Cina a modernizzare la sua cultura che rischiava l’asfissia
per la chiusura delle frontiere nel periodo Ming e Qing.
Quando Matteo Ricci, il "sapiente d’occidente", giunge dopo molte
peripezie a Pechino (1601), egli porta con sé la conoscenza delle scienze
naturali, matematica, geografia, astronomia, tanto da divenire astronomo di
corte. Dopo di lui, altri Gesuiti occuperanno questo posto (Adam Schall,
Ferdinand Verbiest...).
A Pechino, sulle mura della città antica, sul cosiddetto "secondo
anello", si può ancora ammirare l’osservatorio da loro costruito.
Grazie a Ricci e ai suoi successori le scienze dell’occidente aiutano la Cina
ad avanzare nella fisica, nell’idraulica, nella geometria, nelle tecnologie
dei metalli e perfino nella fusione dei cannoni. Il contributo scientifico dei
Gesuiti è riconosciuto ancora oggi da molti studiosi cinesi. Non si parla però
del motivo per cui Ricci ha fatto tutto questo: l’amore cristiano al popolo
cinese, il desiderio che esso conoscesse la persona del Salvatore. Solo in
questi ultimi anni, rari studiosi dell’"Accademia delle Scienze" di
Pechino mostrano il sottofondo religioso come la ragione di tutto il suo impegno
a favore della Cina. Grazie a Ricci vi è il tentativo di mostrare il
cristianesimo come il compimento della religiosità cinese e la morale cristiana
come il perfezionamento della morale "confuciana".
La presenza dei Gesuiti e il benvolere degli imperatori porterà la comunità
cristiana di Pechino fino a oltre 100mila fedeli nel XVIII secolo.
L’incomprensione del metodo di "inculturazione" usato dai Gesuiti
porta alla proibizione ai cristiani di partecipare ai riti in onore dei defunti
e di Confucio ("bolle papali" del 1715 e 1742, sollecitate dai
Francescani). Sui cristiani cade il sospetto che essi siano una setta che
cospira contro la stabilità dell’impero. Così l’influenza dei Gesuiti si
indebolì sempre più finché gli imperatori giunsero a proibire l’evangelizzazione,
anche se essa continuò con discrezione. In realtà, il vero colpo all’evangelizzazione
della Cina fu la soppressione – ad opera delle potenze europee – dello
stesso ordine dei Gesuiti (1773).
Una nuova ondata di incontro fra Cina e cristianesimo avviene nel XIX secolo, ad
opera di missionari cattolici e protestanti. Essi giungono in Cina dopo i due
"Trattati Ineguali" che l’impero Qing è costretto a firmare a
conclusione delle due "guerre dell’oppio" (1842 e 1862). La libertà
di evangelizzare viene garantita dai due trattati e voluta dalle potenze
coloniali. Questo segnerà quasi fino ad oggi la presenza cristiana come
"straniera" e come "serva dell’imperialismo". In realtà
la maggioranza dei missionari ha combattuto anch’essa contro il commercio dell’oppio
fatto dagli inglesi. Mons.
Simeone Volontari,
del "Pime",
vescovo di Kaifeng, ha lettere di fuoco contro l’immorale vendita dell’oppio
da parte degli stranieri. Grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque
un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole
femminili, orfanotrofi per bambini (e bambine) abbandonati, ospedali, dispensari
e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive (vite,
pomodori, patate, orzo, salici, trifoglio, tecnica del "maggese"...)
per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le
prime Università cattoliche a modello scientifico ("Fu Ren" a
Pechino; "Aurora" a Shanghai). Anche la Chiesa – grazie all’opera
del primo delegato apostolico, mons. Celso Costantini – cerca di essere
"più cinese": i primi sei vescovi cinesi sono ordinati nel 1926; l’architettura
delle Chiese si rifà ai modelli e colori tradizionali; l’educazione nei
Seminari è integrata con la cultura tradizionale. Ai missionari e alle suore si
deve la prima rivolta contro i "piedi fasciati" delle donne. Fin da
bambine esse subivano questa tortura che portava alla rottura delle ossa del
piede e alla suppurazione della carne, solo per mostrare "piedini
piccoli" ritenuti un eccitante sessuale per i maschi cinesi. Solo con Mao
Zedong si varerà una legge che proibisce questa tortura.
Nel ’900, il confronto con l’occidente, coi suoi mezzi militari, gli oggetti
della tecnica e della scienza manifesta ancora di più l’arretratezza, la
chiusura, lo sbriciolamento dell’impero diffondendo risentimento e odio verso
gli stranieri. Proprio l’odio e la fragilità dell’impero determinano la
ribellione dei "Boxers", un "movimento-setta"
"religioso-militare" che nell’estate del 1900 prende di mira la
presenza degli stranieri in Cina. Ben 30mila cattolici locali sono trucidati in
nome del nazionalismo, ma anche per costringerli a rinnegare la fede. Fra essi
muoiono martiri anche alcuni vescovi e missionari stranieri, canonizzati poi da Giovanni
Paolo II nel
2000 insieme a centinaia di martiri cinesi.
Di lì a poco, nel 1911, l’impero crolla e nasce la "Repubblica della
Cina", con
a capo Sun Yat Sen, che avendo ricevuto educazione cristiana nelle Hawaii, cerca
di inserire alcuni valori cristiani nella mentalità e cultura cinese
tradizionali.
Vi sono perfino personalità dell’esercito, come il generale Feng Yuxiang, che
riconosce il cristianesimo come la "forza degli occidentali" e vieta
ai suoi soldati il fumo, il bere, la prostituzione; organizza omelie e ritiri
spirituali; insegna a leggere e scrivere e mestieri utili alle truppe.
In questo confronto serrato con l’occidente, nel tentativo di imparare la sua
potenza e la sua forza, i cinesi si imbattono nel "marxismo", visto
come la "scienza sociale" più efficace.
Durante la "Lunga Marcia" e nella lotta contro Chiang Kai-shek i
cristiani appoggiano o guardano con simpatia l’esercito di straccioni e
contadini che vuole eliminare la corruzione e l’insicurezza che domina il
Paese. Ma grazie all’appoggio di Stalin, alla presa di potere (1949), Mao
Zedong si rivela "scientificamente" antireligioso e inizia a
distruggere gerarchie e associazioni cristiane per eliminare ogni
"superstizione".
Nell’impossibilità ad eliminare la Chiesa, Mao tenta di dominarla creando l’"Associazione
Patriottica" ("Ap") che ha il compito – anche adesso – di
costruire una Chiesa indipendente da Roma (ma dipendente dal
"Partito"). Dagli anni ’50 fino ad oggi la Chiesa cinese è divenuta
una Chiesa di martiri: non vi è famiglia cattolica in Cina che non abbia il
padre, la madre, il fratello, un sacerdote morto sotto tortura, nei
"lager", o in prigione. Fra i tanti testimoni della fede, vale la pena
ricordare alcuni vescovi: Ignazio Gong Pinmei di Shanghai; Domenico Tang Yiming
di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding.
Tutti loro hanno passato decine di anni nei "campi
di lavoro forzato",
perché si rifiutavano di tagliare il loro legame col Papa. L’ultimo è morto
sotto le torture nel 1992. Dopo mesi di sequestro, è stato riportato dalla
polizia morto, depositato nella notte davanti alla porta della casa dei
familiari, il cadavere racchiuso in un sacco di plastica, con evidenti segni di
tortura.
Una morte simile – mentre era in prigione – è accaduta il 9 settembre
scorso a mons. Giovanni Han Dingxian; e due anni prima, nel 2005, a un altro
vescovo "sotterraneo", mons. Giovanni Gao Kexian.
Quelli citati sono tutti vescovi della "Chiesa sotterranea", che si
rifiuta di aderire all’"Ap". Ma anche vescovi e sacerdoti che vi
hanno aderito – per timore, per realismo, per paura – prima o poi hanno
subito la persecuzione.
Soprattutto durante la "Rivoluzione culturale" (1966-1976) essi hanno
subito il dispregio e il "lager". Uno di essi è mons.
Antonio Li Duan,
morto nel 2005 come arcivescovo di Xian. Da sacerdote ha subito 10 anni di
"lager" e ritornando libero con le aperture di Deng Xiaoping è
divenuto uno dei più grandi artefici della riconciliazione fra "Chiesa
patriottica" e "Chiesa sotterranea". Il suo legame con il Papa
era così noto alla polizia, che veniva controllato in tutti i suoi spostamenti
e contatti. Grazie a lui la diocesi di Xina è oggi fra le più vive della Cina,
impegnata in progetti di evangelizzazione, alfabetizzazione, scuole agricole e
carità verso i poveri e i migranti.
Durante gli anni ’80 Papa Giovanni Paolo II ha aperto le braccia alla
riconciliazione di molti vescovi della "Chiesa ufficiale", che ormai
può dirsi unita "in toto" alla Chiesa cattolica. L’"Ap"
ha cercato ancora una volta di dividere la Chiesa con le ordinazioni illecite di
3 vescovi, ma essi sono emarginati dai fedeli e dai loro colleghi. Ormai la
Chiesa cattolica in Cina è unita e impegnata in una grande "primavera dell’evangelizzazione"
(come mi ha detto anni fa mons. Li Duan). Sebbene non diminuiscono i controlli e
gli arresti (dei vescovi e preti "sotterranei"), oggi la Chiesa della
Cina è giovane e unita: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui
34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere
diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare
vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati: da una
semplice pastorale di sopravvivenza, i cattolici sono passati a un impegno
massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di "Aids". In
molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure
mediche gratuite ai poveri. Ma soprattutto, nella società cinese contemporanea,
dove domina il materialismo "consumista", l’individualismo sfrenato,
l’incuria verso persone, la gente "ha sete di Dio". «La Chiesa –
mi ha detto un professore universitario – è chiamata ad ascoltare il grido
silenzioso nel cuore della gente».