«Parlare
di diritti è tradire lo spirito olimpico»
![]()
Il
monito del governo, che non è pronto a rivelare il suo vero volto
"Retate", le "cosmesi forzate" e i divieti in campo religioso.
Bernardo
Cervellera
("Avvenire",
14/2/’08)
«Pechino è pronta!»: lo
"slogan" che tutte le televisioni, radio, giornali, cartelli stradali
riportano ad ogni "piè sospinto" dice qualcosa del nervosismo con cui
la capitale cinese si sta preparando a quello che viene visto come l’evento
più importante da almeno 50 anni. Il governo della città e la stessa Cina
puntano sulle "Olimpiadi"
per mostrare finalmente una Cina alla pari con tutte le maggiori nazioni del
mondo, una Cina aperta, amichevole, vittoriosa sul piano dello "sport" e della
cultura, oltre che su quello economico.
Dopo l’inaugurazione del "Cubo d’acqua", l’avveniristico
quartiere delle piscine e dei tuffi, si aspetta il varo dello "Stadio
nazionale", il famoso "nido d’uccello", il cui modello viene
presentato ovunque, anche nei ristoranti. Da mesi Zhang Yimou, il regista di
«Lanterne Rosse» e «La città proibita», prova e riprova la cerimonia di
apertura con migliaia di comparse, pur mantenendo il "segreto di
Stato" sui particolari. Si sa solo che vi saranno brani di opera cinese e
fuochi d’artificio. Anche la Campagna per la "buona educazione" sta
dando frutti: i tassisti – pena delle multe "salate" – devono
lavarsi tutti i giorni, pulire l’auto per togliere cattivi odori, imparare
qualche frase in inglese per accogliere gli ospiti stranieri. Ogni buon cinese
non deve più sputare per terra, non deve gridare, non deve mai saltare la fila
ai biglietti, alla banca, ai negozi. Da giorni 200mila poliziotti stanno
ripulendo la città da "bande" e malviventi e si cerca di migliorare la qualità
dell’aria. Pechino
ha promesso che per alcuni mesi farà perfino chiudere alcune fabbriche
inquinanti per dare agli atleti un’aria pura (o quasi).
Al di là di questi buoni risultati, il nervosismo rimane grande: la Cina in
questi mesi sarà sotto i "riflettori" di tutto il mondo, e la
"leadership" teme critiche dall’esterno, perché fanno perdere la
faccia e rischiano di alimentare il grande "malcontento" diffuso nella
popolazione.
I fallimenti su cui la Cina è "inciampata" in questi mesi non sono un
buon segno: lo scorso fine ottobre, all’apertura delle prenotazioni dei
biglietti per le cerimonie olimpiche, il sistema elettronico è andato in
"tilt"; nei giorni scorsi, a causa del maltempo, le linee elettriche
sono saltate in 16 delle 31 province cinesi, mettendo in dubbio la «prontezza»
di Pechino, visto che per tre settimane intere città sono rimaste senza
riscaldamento e senza luce.
Ma soprattutto Pechino non sembra pronta a farsi conoscere per quello che è,
nelle sue cose belle, ma anche nelle sue cose brutte. Solo adesso cominciano ad
emergere notizie su quante persone sono state "espropriate" delle loro case per
far posto agli impianti e ai villaggi olimpici: almeno 1,5 milioni. Solo ora il
governo confessa che vi sono stati (ufficialmente) 6 morti sui cantieri dei
"Giochi".
Oltre a questo, la Cina non sembra disposta a condividere di più: pur lasciando
«libertà» ai giornalisti stranieri, ha vietato a tutti i giornalisti cinesi
di parlare dei problemi del Paese; rivendicando che i "Giochi" non
devono essere usati politicamente, la polizia sta facendo "piazza
pulita" di dissidenti, attivisti per i diritti umani, poveri contadini che
si recano nella capitale per presentare petizioni. Ogni richiesta interna ed
esterna di usare i "Giochi" per migliorare la situazione dei diritti
umani è scartata come manipolazione politica e come «tradimento dello spirito
olimpico». In questo Pechino è aiutata dal "Comitato olimpico
internazionale" ("Cio"), che ha ridotto le sue pretese. Nel 2001
aveva detto che le "Olimpiadi" avrebbero migliorato i diritti umani in
Cina; oggi dice che il "Cio" non è un’organizzazione umanitaria e
può non preoccuparsi delle violazioni ai diritti umani.
Proprio perché la Cina vuole solo dare spettacolo, ma non farsi conoscere, l’arma
migliore non è il "boicottaggio" dei "Giochi", ma il
parteciparvi, visitando non solo i "monumenti sportivi", ma anche i
poveri e i diseredati dell’Impero.
È quanto stanno pensando gruppi di buddhisti tibetani, che vogliono entrare in
massa a Pechino per pubblicizzare davanti alle "telecamere" del mondo
intero le violenze della Cina contro il Tibet e il Dalai Lama. Anche protestanti
brasiliani e americani si preparano da anni, studiando il cinese, a sfruttare la
facilità dei "visti" in occasione delle "Olimpiadi" per evangelizzare
il Paese, importando migliaia di Bibbie e allestendo incontri informali con la
popolazione.
Pechino ha già avvertito che permetterà solo raduni «in accordo con la
legge», in cui cerimonie fra fedeli stranieri e cinesi vengano svolte sotto l’egida
e la "supervisione" dalle "Associazioni Patriottiche",
registrate e controllate. Negli ultimi mesi la Cina ha espulso o deportato oltre
100 presunti "missionari", soprattutto di Stati Uniti, Corea del Sud,
Singapore, Canada, Australia e Israele. Le espulsioni sono avvenute a Pechino e
nelle regioni di Xinjiang, Tibet e Shandong. E a rincarare la dose, ha lanciato
una Campagna di «normalizzazione» delle comunità protestanti, arrestando
migliaia di fedeli delle comunità "sotterranee".