Le proteste tibetane attendono da Hu un gesto di dialogo
Il momento della verità.
![]()
La Cina si gioca i "Giochi"
Pregando per il Tibet... |
![]() |
Bernardo
Cervellera
("Avvenire",
15/3/’08)
Mentre Pechino
si prepara a celebrare le "Olimpiadi"
della pace e della fraternità, vi sono notizie di spari e uccisioni di
manifestanti a Lhasa.
È la risposta della Cina
al "terrorismo" tibetano, fatto di proteste, marce di
"monaci" e di "laici", negozi dati alle fiamme, auto della
polizia bruciate.
A quasi 50 anni dalla rivolta "repressa" nel sangue, che ha portato
all’esilio del Dalai
Lama e di decine
di migliaia di tibetani, una nuova "fiammata" rischia di far divampare
un incendio violento. Sono proprio i "Giochi" ad aver acceso la
"scintilla".
Atleti tibetani hanno chiesto di partecipare sotto la "bandiera" del
proprio Paese, ma Pechino ha detto "no". Per le cerimonie d’inizio e
fine delle "Olimpiadi" sono previste "performance" di
danzatori tibetani sorridenti sotto la "bandiera cinese", mentre a
Lhasa e in tutto il Paese la popolazione rischia il "genocidio". Un
"genocidio" anzitutto economico: le alte terre himalayane, ricche di
minerali, sono "battute" da scienziati cinesi che cercano
"filoni" di rame, uranio e alluminio, mentre alla gente non resta che
l’abbandono dei pascoli e il lavoro nelle fabbriche dell’occupante. Il
turismo è controllato da milioni di "coloni" cinesi, che
"violentano" la cultura "ancestrale". Pechino dice che tutto
ciò serve per lo sviluppo locale.
Potrebbe essere vero, se non vi fosse pure il "genocidio" culturale e
religioso: nessun insegnamento del "credo" e della lingua tibetani;
nessun riferimento, né lode al Dalai Lama; controllo "ferreo" sui
monasteri e sui civili con lo spiegamento di oltre 100mila soldati. Nel 1995, il
controllo di Pechino è giunto fino a determinare il "vero" Panchen
Lama, eliminando quello riconosciuto dal Dalai Lama. E, dallo scorso settembre,
tutte le "reincarnazioni" dei Buddha (fra cui quella del Dalai Lama
stesso, ormai 70enne), per essere "vere", devono avere l’approvazione
del "Partito comunista". Le proteste di questi giorni, guidate
soprattutto da giovani "monaci" e "laici", sono il frutto
della disperazione davanti al lento "morire" di un popolo impotente.
Tale sentimento è indotto anche da Pechino. In tutti questi anni, il Dalai Lama
ha proposto alla Cina una "soluzione pacifica", che prevede l’autonomia
religiosa del Tibet,
con la rinuncia all’indipendenza. Vi sono stati incontri fra rappresentanti
del governo tibetano in esilio e le autorità "occupanti". Ma il
governo di Pechino, alla fine, ha sempre sbattuto la porta in faccia agli
"interlocutori", sospettando mire "indipendentistiche" del
Dalai Lama, che oggi desidera soltanto essere un "leader" religioso.
La mancanza di segni di speranza porta a gesti disperati. Non è difficile
prevedere che la situazione a Lhasa diventi sempre più
"incandescente" e possa spingere il regime a soluzioni
"estreme", con la scusa di combattere "il terrorismo
separatista". Per la Cina è il momento della verità: dopo essersi
preparata a diventare un Paese "moderno" in vista dell’appuntamento
dei "Giochi", deve mostrare di essere tale anche nel risolvere gravi
crisi sociali.
L’apertura di un dialogo con il Dalai Lama sarebbe il migliore passo.
Sembra quasi una "nemesi" storica che a decidere debba essere il
Presidente Hu
Jintao. Nel marzo
del 1989 scoppiò in Tibet una delle periodiche rivolte, conclusa con un
massacro e la "legge marziale", decretata proprio da Hu Jintao, a quel
tempo segretario del "Partito" a Lhasa. Pochi mesi dopo vi fu il
terribile "massacro" di Tiananmen a Pechino. Ma a quasi 20 anni da
quei fatti Hu Jintao si trova di fronte agli stessi problemi. La
"repressione" non ha risolto nulla: è tempo per un altro tipo di
soluzione.