Grande "malattia" dell’Asia, l’umiliazione dei "diritti"

RITAGLI     Il continente del futuro     MISSIONE AMICIZIA
stenta a rispettare l’uomo

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 17/4/’08)

L’Asia, questo continente così "sterminato", che raccoglie più del 60% della popolazione mondiale, soffre di una grave "malattia": l’umiliazione dei "diritti umani". Poche "enclave" – quelle forse più esposte alla modernità – riescono a emergere "illese" da questa accusa dolorosa: parliamo di Paesi come Hong Kong, la Corea del Sud, il Libano, il Giappone. Per il resto nel continente si assiste a una diffusa assenza dello "stato di diritto", sostituito con lo stato della "forza" e del "potere".
A questa situazione contribuiscono eredità storiche, culturali e religiose. Molti Paesi asiatici, dalla
Turchia al Giappone, hanno sì delle "Costituzioni", ispirate anche all’Occidente – patria dell’illuminismo e dei "diritti umani" universali – ma esse le hanno applicate in una prospettiva "nazionalistica", salvaguardando elementi a prima vista importanti della loro cultura, che rischiano di essere invece dei valori negativi.
La questione "cruciale" è proprio questa: le culture asiatiche fanno fatica a valorizzare l’individuo e i suoi "diritti". La persona, l’individuo, è "inglobato" nella famiglia e nel "clan". Il suo "bene" sono le tradizioni del suo "entourage", da cui dipende il suo sviluppo, l’istruzione, la professione. Questo frena l’affermazione libera della persona e dei suoi desideri personali, "sottomettendoli" sempre e comunque alle esigenze del "gruppo". E ciò spiega perché una bambina di otto anni può essere data in sposa a un uomo di trenta, come è avvenuto nello Yemen, ma come avviene in
India e in Cina.
L’"assorbimento" dell’individuo nel gruppo determina anche una serie di ingiustizie: in molti Paesi –
Pakistan, Cina, Malaysia – le colpe di un membro del "clan" ricadono su tutto il gruppo e il "processo" legale contro uno determina l’arresto di tutti.
Un altro elemento che "pesa" sull’umiliazione dell’uomo asiatico è l’esercizio del "potere", troppo spesso "ateo" o «fin troppo» religioso: quelli "atei" – come accade in Nord Corea o in Cina – "divinizzano" se stessi; quelli «troppo religiosi», islamici o indù, si fanno passare come "custodi" della legge e della fede. In entrambi i casi il potere prende il posto di Dio, il punto estremo della "gerarchia", senza alcuna possibilità di "appellarsi" ad alcuna autorità superiore. Fa parte di questa visione il fatto che se il potere ti dichiara colpevole, tu "sei" colpevole. In molti Paesi asiatici i processi vengono fatti partendo a priori dalla colpevolezza dell’imputato. Sarà lui durante il processo a dover dimostrare la sua innocenza, se ci riesce. Molte condanne a morte vengono inflitte in Cina in questo modo. Ma anche molti "linciaggi" per "blasfemia" in Pakistan vengono compiuti in onore alla "legge divina", in base all’accusa di un semplice testimone.
La "secolarizzazione" del potere – strappandogli l’aura "sacrale" e divina – e la "valorizzazione" dell’individuo sono due frutti precisi del cristianesimo "primitivo".
Proprio per questo gruppi religiosi islamici, buddhisti, indù stanno maturando rapporti con le comunità cristiane asiatiche: non per un semplice dialogo "teologico", ma per crescere insieme nello sviluppo della società asiatica. Per questo, la libertà religiosa e la libertà di evangelizzare sono uno degli "strumenti" più efficaci per lo sviluppo sociale del continente.
L’Occidente in generale guarda all’Asia solo per lo "sfavillio" dei commerci e della "manodopera" a basso costo, o come il "concorrente" del presente e del futuro, e non si accorge che le popolazioni del grande continente cercano qualcosa di più. Se i rapporti non fossero solo su base "commerciale", ma valorizzassero anche la dimensione culturale, giuridica, religiosa, si potrebbe sperare in qualcosa di meglio, per loro e per noi.