Quando il "patriottismo" è un’arma
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per nascondere i mali e i
"malumori"
Bernardo
Cervellera
("Avvenire",
29/4/’08)
Le manifestazioni contro la
"repressione" cinese in Tibet
che hanno caratterizzato il percorso della fiaccola hanno ottenuto un apparente
successo: Pechino
ha invitato il Dalai
Lama a dialoghi per
«contatti e consultazioni».
Ma il successo è soprattutto della Cina,
che ha fatto una mossa da maestro nelle "pubbliche relazioni". Il
semplice annuncio, senza fissare date né contenuti, è bastato a
"sgonfiare" tutte le voci di "boicottaggio" nelle
"cancellerie" internazionali.
Come nei migliori insegnamenti "taoisti", «da un male è emerso un
bene», dalla rivolta e dal sangue del Tibet – ancora chiuso ai giornalisti
stranieri e a qualunque inchiesta indipendente – è emerso un rafforzamento
della Cina.
Anzitutto con l’esterno. Il problema Tibet ha fatto emergere ancora di più il
fatto che i governi del mondo non vogliono perdere il "volume" degli
affari con la quarta potenza economica del pianeta. Il governo cinese si è
anche rafforzato al suo interno: nel Paese ci sono ogni giorno 200-300 rivolte
di contadini "defraudati" della terra, di operai non pagati o
licenziati, di villaggi "espropriati" e inquinati, di gruppi che si
ribellano all’abissale corruzione dei capi del "partito"; ma ormai
si parla solo della gloria della Cina e dell’offesa dei "barbari"
tibetani che vogliono dividere la nazione. Con la carta del
"patriottismo" Pechino è riuscita perfino a ricevere la solidarietà
delle comunità cinesi d’oltremare. Di solito i gruppi di cinesi all’estero
non si interessano di politica, né dell’immagine della
"madrepatria". In questi giorni hanno sventolato "bandiere
rosse", attaccato manifestanti "pro-Tibet", criticato i giornali
occidentali per i loro "pregiudizi" sulla Cina e (fatto curioso) per
combattere il "boicottaggio" delle "Olimpiadi"
hanno lanciato un "boicottaggio" sui prodotti francesi.
Ormai in nome dell’unità della nazione cinese si accusa come «tentativo di
divisione» ogni critica e correzione. Perfino l’innocente annotazione di un
giornalista straniero sulle difficoltà trovate nei servizi igienici delle
"Olimpiadi" è stata accolta come un tentativo di "umiliare"
la Cina. Emerge con chiarezza che queste "Olimpiadi" dovevano
incoronare un Paese moderno e alla pari con il resto della "comunità
internazionale". Per difendere questa immagine, Pechino sta avvolgendo le
"Olimpiadi" con una gabbia giustificata dal "terrorismo"
tibetano e "uiguro": programmi di sicurezza, controlli dei
"visti", verifiche sugli spostamenti dei giornalisti… Nel 2001, per
poter vincere la candidatura dei "Giochi", i cinesi avevano promesso
che le "Olimpiadi" avrebbero migliorato la situazione dei
"diritti umani" nel Paese. Invece di aprire un dialogo franco e vero
con la "comunità internazionale" e con la sua popolazione, a quasi
100 giorni dal fatidico 8 agosto la Cina rimane ancora più chiusa e
impenetrabile: decine di "dissidenti" sono agli arresti domiciliari;
altri, come Hu Jia e Chen Guangcheng, sono stati condannati a diversi anni di
prigione; i giornali cinesi sono obbligati a scrivere cose belle e positive
sulla Cina e soprattutto a non parlare con giornalisti stranieri sui problemi
del Paese; ogni dimostrazione o raggruppamento viene soppresso anche con le
armi. Perfino il pellegrinaggio alla "Madonna di Sheshan" (Shanghai),
il prossimo 24 maggio, è sotto controllo: ogni partecipante deve ricevere il
permesso della polizia, che sconsiglia tutte le parrocchie dal recarsi al
santuario. Il motivo apparente è la sicurezza; ma forse anche il fatto che il
Papa, con la sua "Lettera"
dello scorso anno, ha proposto quella giornata come "Giornata di preghiera
mondiale per la Chiesa in Cina". Ostacolare il pellegrinaggio è un modo di
ostacolare l’indicazione di Benedetto
XVI.
Le "Olimpiadi" di Pechino erano attese come il compimento di un grande
"sogno" di fraternità e giustizia fra i cinesi e il resto del mondo.
A pochi mesi dall’appuntamento rimangono vivi solo gli interessi economici
degli "sponsor", l’immagine di potenza della Cina e (forse) qualche
"record" sportivo. La Cina sta rischiando di perdere una grande
opportunità.