Cultura - Un libro denuncia il lato oscuro delle "Olimpiadi"
Campioni senza medaglie
![]()
Pubblichiamo "stralci" del "Capitolo IV"
de «Il rovescio delle medaglie. La Cina e le
Olimpiadi»,
di P. Bernardo Cervellera, Missionario del "Pime" e Direttore di
"AsiaNews",
in libreria per "Ancora" (pp. 239, euro 14).
P. Bernardo Cervellera
("Mondo e
Missione", Giugno-Luglio 2008)
Migliaia di "migranti", provenienti dalle campagne, hanno realizzato le "opere olimpiche". Ma a costi umani altissimi. Chi si ricorda di loro?
La Cina
assiste da tempo a un «miracolo»: quello dell’economia del Paese, passato in
meno di 20 anni da una povera Nazione arretrata, a quarta potenza economica del
mondo. I «campioni» in questo caso non sono "stelle" dell’atletica
o dei tuffi, ma centinaia di milioni di "migranti", poveri contadini
che fuggono le campagne, una situazione di povertà e fame, per cercare fortuna
nelle grandi città o negli "agglomerati" industriali della fascia
costiera. Per loro non c’è «allenamento continuo», ma lavoro fino a 12-14
ore al giorno, per 6 e anche 7 giorni alla settimana, dormendo ammucchiati in
capannoni dove hanno solo il posto letto. Per loro non c’è un
"team" di medici che provvede alla salute, al "fitness" e a
calmare lo "stress". Al contrario, essi non hanno alcuna cura
sanitaria o infortunistica, né pensione; i loro figli non hanno diritto alla
scuola gratuita; le loro famiglie ad alcun servizio sociale. La gente delle
città li evita come "stranieri" ed essi stessi si sentono tali. Al
loro villaggio, lontano molte centinaia di chilometri, ci ritornano solo una o
due settimane all’anno.
Questa massa di centinaia di milioni di contadini venuti in città ha costruito
con rapidità grattacieli, strutture sportive, opere viarie e alberghi con i
cantieri edili aperti 24 ore su 24, dove squadre di operai si alternano senza
interruzione, anche di notte.
Questi "migranti" sono
il "miracolo", ma forse varrebbe la pena dire «la fortuna» della
Cina perché da anni offrono forza lavoro a bassissimo prezzo. Ad essi, più che
agli atleti, bisognerebbe fare un "monumento" davanti all’"Olympic
Green", il "villaggio" che hanno costruito col sudore e col
sangue.
Il lavoro "sottopagato" e con scarsa tutela è una via percorsa da
sempre, in molti Paesi, per uscire dalla miseria e dalla fame, per pagare l’istruzione
ai figli, procurare loro un futuro migliore. Ma il caso della Cina è speciale:
molti di questi "migranti" sono stati "defraudati" due
volte, nelle campagne e nelle città, sempre in nome dello sviluppo e della
"Nuova Cina".
Accanto ai molti che volontariamente hanno lasciato la campagna per emigrare in
città, vi sono decine di milioni che hanno subìto l’"esproprio"
della terra e della casa, perché i loro governi locali dovevano realizzarvi
zone industriali o nuovi quartieri. Essi sono le vittime alla seconda potenza
dello sviluppo economico e delle "Olimpiadi",
i veri "campioni" che si sacrificano per la "Nuova Pechino".
Ma a differenza dei 600 atleti "coccolati", curati e riveriti, essi
sono trattati come semplici braccia, "forza lavoro" bruta, "carne
da cannone" per la «società armoniosa».
Lu Dadao, esperto dell’"Accademia Cinese delle Scienze", osserva che
le autorità locali hanno "espropriato" intere zone agricole per
cedere terra a basso prezzo a imprese edili per residenze e capannoni
industriali, spesso senza dare alcun indennizzo ai contadini. La migrazione di
centinaia di milioni di contadini nelle città ha creato, dice Lu, un nuovo
"sotto-proletariato" urbano di lavoratori "migranti". Egli
spiega che «ci sono oltre 100 milioni di lavoratori "migranti" nelle
città. Ma la loro vita è molto differente da quella dei residenti urbani».
Con la frenesia nel fare grandi "opere olimpiche" ed essere «pronti»
al più presto, il lavoro 24 ore su 24 ha forse un basso costo in moneta, ma un
elevato costo umano, che le autorità cercano di «negare» e nascondere.
Secondo dati della "Xinhua", nel 2006, nella sola città di Pechino,
per incidenti di lavoro sono morte circa 1300 persone. All’avveniristico
stadio «Nido d’uccello», una fra le più spettacolari "opere
olimpiche", hanno lavorato oltre 17mila operai "migranti"
provenienti da tutto il Paese.
Nel Gennaio scorso il "Sunday Times" di Londra ha denunciato che
almeno 10 operai sono morti per incidenti sul lavoro durante la costruzione
dello stadio. Testimoni oculari hanno raccontato al giornale che gli infortuni
sono stati causati dalla grande altezza a cui si svolgono i lavori e dalla
necessità di fare tutto in fretta. Ancora una volta, tutto è stato messo a
tacere: «I corpi sono stati subito rimossi dalla polizia» e «dirigenti e
poliziotti hanno ordinato agli operai di non parlare a nessuno delle morti e
nemmeno tra di loro». Ai parenti delle vittime, in cambio del silenzio, è
stato offerto un elevato "risarcimento", 13mila sterline (circa 17mila
euro). Un operaio generico che lavora alla costruzione dello stadio guadagna 4
euro al giorno e un operaio specializzato poco meno di 6 euro.
Non c’è opera umana al mondo
senza il suo "bagaglio" di tragedie. I morti sul lavoro sono una
drammatica realtà a qualunque latitudine. Ciò che rende speciale il
"caso" della Cina è la sistematicità con cui la sicurezza sul lavoro
non viene praticata e la sistematicità con cui queste tragedie vengono nascoste
e occultate.
La negazione ad oltranza degli incidenti non è casuale: da diversi mesi il
"Dipartimento Centrale della Pubblicità" (una volta si chiamava
«della Propaganda») ha diramato indicazioni ai "media" cinesi
perché non alimentino «pubblicità sfavorevole» nei confronti dei prossimi
"Giochi Olimpici". Il motivo più profondo dell’omertà e della
«buona pubblicità» sta nel fatto che i morti e gli incidenti sul lavoro sono
divenuti così comuni e diffusi nel sistema economico cinese da mettere a
rischio la stabilità sociale.
"Boicottare" Pechino?
Ma se le "Olimpiadi" di
Pechino hanno un così drammatico «rovescio della medaglia», perché non
"boicottarle"? In apertura del suo libro, Padre Cervellera lo spiega
con chiarezza: «Il mondo dovrebbe "boicottare" anzitutto i suoi
rapporti "iniqui" con la Cina per essere credibile. Per questo, meglio
del "boicottaggio" penso sia importante chiedere che tutti coloro che
commerciano con Pechino "stilino" contratti a cui collegare condizioni
"etiche": migliore trattamento degli operai, libertà di associazione…».
Di qui il «no» al "boicottaggio" delle "Olimpiadi": «Le
vedo anzi come una grande occasione di rapporto con la popolazione cinese, in
cui "tessere" legami e conoscenze». Insomma: a Pechino sì, ma
guardando anche «il rovescio della medaglia». Tradotto: «Andiamo pure a
"bearci" della "cerimonia inaugurale", ma il giorno dopo
andiamo a visitare i poveri che vivono nelle "baracche"».