L’ANALISI

RITAGLI     P. Cervellera: «Una "selva" di divieti vaghi,     SPAZIO CINA
che consentono ogni interpretazione»

I "dissidenti" aggirano i divieti aprendo "blog". E tanti sono "imprigionati".

P. Bernardo Cervellera
("Avvenire", 6/7/’08)

Anticipiamo un "passo" del volume "Il rovescio delle medaglie. La Cina e le Olimpiadi" ("Ancora", pagine 240, euro 14,00), di P. Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia "AsiaNews".
 
Incurante delle critiche internazionali, fra cui anche quelle dell’"Unione Europea",
Pechino continua la sua guerra contro l’informazione libera, accrescendo il controllo di "Internet", arrestando giornalisti, chiudendo testate di giornali. Dopo aver costretto i "provider" internazionali, costringe anche quelli cinesi, fra cui "Sohu.com" e "Sina.com", a procedere alla "censura" preventiva dei loro "motori di ricerca". Nel settembre 2005 il governo centrale approva nuove norme che proibiscono di mettere sui "siti web" contenuti che possano «mettere in pericolo la sicurezza statale e l’ordine sociale». Sono bandite perciò dalla "rete" le notizie «che criticano le politiche religiose statali, la predicazione in materia religiosa o la diffusione di credenze "superstiziose"». Proibiti i siti con contenuto "pornografico" o che possano «recare pregiudizio alla sicurezza nazionale, rivelare segreti di Stato, sovvertire il potere politico, danneggiare l’unità nazionale». Vietato anche «istigare riunioni o associazioni illegali, cortei e manifestazioni, disturbare l’ordine sociale». La lotta contro la stampa porta alla chiusura di vari "siti Internet" che parlano di problematiche sociali, di decine di giornali locali che accusano di corruzione i membri del "Partito", al sequestro di centinaia di milioni di copie di riviste e quotidiani.
Allo stesso tempo, con una serie di arresti mirati a giornalisti cinesi che lavorano per giornali stranieri, Pechino mette in guardia tutto il mondo dal non provocarla sulla "libertà di stampa" «made in China». Nel 2004 un collaboratore del "New York Times", Zhao Yan, viene condannato a tre anni di carcere per frode, senza potersi mai difendere in modo appropriato. Era stato però arrestato per «avere rivelato segreti di Stato all’estero» e cioè aver collaborato ad articoli che parlavano delle lotte interne al "Partito Comunista". Dietro pressioni internazionali viene rilasciato il 15 settembre 2007. Nel 2005 è la volta di Ching Cheong, 57 anni, giornalista di Hong Kong, "capo-corrispondente" per la
Cina di "The Straits Times" di Singapore, che è stato condannato senza prove a cinque anni di carcere per «spionaggio a favore di Taiwan». In realtà, personalità della "dissidenza" hanno rivelato ad "AsiaNews" che le vere ragioni dell’arresto di Ching Cheong sono una sua ricerca su Zhao Ziyang, segretario del "Partito" ai tempi delle rivolte "pro-democrazia", e sul "massacro" di Tiananmen del 1989. Grazie a una "campagna internazionale", Ching è stato rilasciato (su cauzione!) nel febbraio 2008.
Dopo il suo rilascio, parlando con i giornalisti di Hong Kong, ha confessato che durante la prigionia aveva anche pensato di suicidarsi. La risposta cinese contro una stampa sempre più esigente e più accurata è la violenza. Non è possibile qui pubblicare la lista completa di tutti i soprusi e gli arresti. Vale la pena però ricordare almeno alcuni esempi: il "pestaggio" sanguinario del giornalista Lan Chengzhang mentre raccoglieva notizie sulle condizioni di lavoro in una miniera di carbone; la rimozione dei direttori «sgraditi» come Li Datong e Lu Yuegang, direttore e vice-direttore del diffuso "Bingdian Weekly" di Pechino, dopo la pubblicazione di un articolo sulla rivolta dei "Boxer" in Cina che sosteneva tesi "difformi" da quelle ufficiali; la chiusura del sito "Century China", dove intellettuali cinesi da tutto il mondo discutevano di società, politica e cultura, con visioni spesso profondamente differenti dalla nomenclatura ufficiale. Nel suo "rapporto annuale 2007", "Reporter senza frontiere" dichiara che in Cina c’è una "censura" fra le più sofisticate e pesanti. Almeno cinquantadue persone sono in prigione per un uso «non appropriato» di "Internet". «
Ci dispiace veramente – hanno detto i "portavoce" dell’organizzazione – che a meno di un anno dalle "Olimpiadi" di Pechino, le "riforme" e il rilascio dei giornalisti imprigionati, tante volte promessi dalle autorità, sembrano essere una vana speranza».