ECONOMIA E POLITICA

Molti lavoratori dell’industria lasciano le città,
in cui si fa sentire il calo degli "ordinativi esteri" e la flessione del "comparto edilizio",
per rientrare nelle "regioni rurali". Dove le condizioni sono ancora difficili,
aggravate adesso da "inquinamento" e "penuria" di terreni "fertili".

RITAGLI     La "crisi" cinese     SPAZIO CINA

Aziende chiuse e "disoccupazione". Cresce la "protesta". "Allarme sociale".
Il "tasso di crescita" resta alto rispetto all’Europa,
ma si passerà dal 13% del 2007 a meno del 7% nel 2009.
Ci si aspetta un "esercito" di 33 milioni di nuovi "senza lavoro",
"migranti" costretti a tornare nelle zone di origine.
Sono stati 670mila gli "stabilimenti" che hanno cessato l’attività lo scorso anno.
Il "Governo" prevede un aumento dei "disordini" e teme per la "stabilità" del Paese.
Nel 2008, 85mila casi di "scioperi" o "manifestazioni".

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 15/1/’09)

Quest’anno le vacanze per il "Capodanno Cinese" sono cominciate molto prima del consueto. A pochi mesi dalle "Olimpiadi", pensate come celebrazione della superba grandezza della nazione, le stazioni ferroviarie e i terminal degli "autobus" si sono riempiti di contadini che a milioni lasciano le città, dove erano giunti anni fa in cerca di lavoro, per passare le feste con i famigliari. Ma questa volta non torneranno indietro, perché sono stati licenziati e addirittura lasciati per mesi senza salario. Il "miracolo economico" che ha impressionato il mondo intero, almeno per loro, si è trasformato in un grande "fallimento".
Per la prima volta dagli "Anni ’90", la "locomotiva cinese" perde colpi. Dopo decenni di crescita economica al 10% (il 2007 ha fatto segnare un +13% da "record", che ha portato al sorpasso della Germania come terza "potenza mondiale"), il 2008 si è chiuso al 9% e le previsioni per il 2009 sono al 7 o perfino al 6,5%, le cifre più basse dal 1990. I tanti "adoratori" del "gigante asiatico" avevano predetto un’ascesa continua fino al 2020; e ritenevano che
Pechino non avrebbe risentito della "crisi mondiale". Invece, il Paese che ha costruito la sua ricchezza sulle esportazioni e sul suo "status" di "fabbrica del mondo" si trova oggi di fronte a un calo degli ordini e degli investimenti. Nell’ultima rilevazione mensile, la produzione industriale è aumentata solo del 5,4% e gli investimenti dall’estero sono scesi del 36,5%. La "borsa cinese" è crollata del 70% in un anno e il "mercato edilizio", una volta "ruggente", oggi risente pesantemente della "congiuntura". Studenti, pensionati e impiegati, che nel "mercato finanziario" avevano investito i loro pochi soldi (perfino le "borse di studio"), si trovano ora in gravi difficoltà.
Il segnale più preoccupante è dato dalla chiusura delle fabbriche nelle regioni che hanno creato la ricchezza del Paese. Nel
Guangdong, "spina dorsale" della produzione, in un anno hanno cessato l’attività quasi 100mila stabilimenti. Alcune società si sono trasferite nelle zone più interne, ma la maggioranza ha spento i macchinari dall’oggi al domani, e i loro "manager" sono fuggiti senza pagare le ultime "mensilità" agli operai. Lo stesso avviene nel "delta" del fiume Yangtze.
Le aziende più colpite sono quelle tessili, di giocattoli e automobilistiche, che risentono della riduzione della "domanda mondiale". Secondo cifre diffuse dal "Consiglio di Stato", nel 2008 sono stati chiusi complessivamente 670mila stabilimenti. Il buio scenario che si prepara è una valanga di "disoccupati" e di "rivolte sociali". Si calcola che nel 2009 vi saranno almeno 33 milioni di persone senza lavoro. Fra essi, anche 6 milioni di laureati. Perfino l’Agenzia "Xinhua", che di solito "minimizza" questo tipo di problemi, la scorsa settimana ha scritto che «nel 2009 la società cinese dovrà fare fronte a conflitti e scontri che metteranno a dura prova le capacità di gestione del "Partito" e del "Governo" a tutti i livelli».
Dopo anni di "sviluppo selvaggio" e di vero "schiavismo" ai danni di lavoratori "migranti" – reclutati senza contratto, senza "assistenza sanitaria", senza pensione e con paghe misere – lo scorso anno il "Governo" ha introdotto alcune "regole sindacali" per tutte le fabbriche statali e straniere. Il risultato sono stati "scioperi", "occupazioni", "citazioni in giudizio" e "tafferugli" con la polizia, perché i "manager" erano riluttanti ad adattarsi alle nuove norme, per loro svantaggiose. Secondo il "Ministero della Pubblica Sicurezza", gli "incidenti" legati al lavoro ("scioperi", "manifestazioni", "sit-in", "pestaggi") nel 2008 «sono aumentati del 90%», arrivando a circa 85mila episodi. Si sono registrati scontri nel Guangdong, nell’Henan e nel Jiangsu, tutti motivati dal fatto che gli imprenditori volevano chiudere gli stabilimenti senza pagare i dipendenti. A Zhangmutou (Guangdong), il "Governo" locale ha perfino accettato di versare la "liquidazione" agli operai per fare terminare le violente proteste, sborsando 24 milioni di "yuan" (circa 2,4 milioni di "euro"). In altre zone si sono avuti "pestaggi" e arresti.
Il ritorno dei lavoratori nei propri villaggi significa più povertà per le campagne, già provate da uno sviluppo "squilibrato" a favore delle città: mancano l’acqua potabile, le scuole, le "strutture sanitarie". Il "Governo" teme che decine di milioni di "migranti" portino nelle "aree rurali" gli stessi conflitti vissuti in contesto urbano, accresciuti da una maggiore "frustrazione" per l’inquinamento e i "sequestri" delle terre, nonché dal risentimento per aver visto la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, mentre loro saranno costretti a vivere con un reddito medio di 100 "euro" l’anno.
L’allarme è ormai lanciato e il "Partito" ha dato direttive a tutte le "autorità locali" affinché «strappino i germogli [della "rivolta"] sul nascere», senza farli propagare altrove, e «mantengano la stabilità». Per "rabbonire" la massa inquieta di 120 milioni di persone che rischiano di dovere tornare nelle zone di origine, il "premier"
Wen Jiabao ha promesso ospedali, nuove scuole nelle campagne e "alfabetizzazione" per tutti. Ma questi "annunci" vengono ripetuti da almeno 6 anni e la situazione nelle "regioni rurali" continua a peggiorare. Le differenze di reddito si fanno insopportabili: quello delle città è fino a 17 volte quello delle campagne.
Il Presidente
Hu Jintao, che finora ha "osannato" «la società armoniosa » – ovvero, l’auspicata distribuzione "equa" del benessere e della ricchezza – ormai parla solo di «stabilità» e di salvaguardia della "leadership" del "Partito". Ai tribunali si danno direttive ferree: devono sostenere a priori il "Partito" e la «stabilità», evitando di prendere in considerazione le "denunce" della popolazione. Nelle campagne, perfino gli esperimenti di "democrazia guidata" (elezione dei "capi-villaggio") sono stati fermati. I poveri "migranti", che con il loro sudore (e il loro sangue) hanno creato la ricchezza della Cina contemporanea, non devono nemmeno "fiatare".