Tiananmen:
vent’anni dopo
![]()
in Cina cova la nuova "protesta"
Il
"regime" cerca di fare calare l’oblio sulla "strage" del
1989,
ma la disillusione verso il "Partito" continua a crescere.
"Corruzione" e mancanza di democrazia alimentano
una "società civile" più consapevole
e un’"opposizione" più organizzata. Il ruolo dei
"cristiani".
![]() |
![]() |
![]() |
Bernardo Cervellera
("Avvenire",
3/6/’09)
La Pechino di oggi
sembra tutta un’altra cosa rispetto alla città che vide il
"massacro" di Tiananmen
20 anni fa. Grattacieli e alberghi modernissimi in acciaio, alluminio e vetro
hanno sostituito le grigie costruzioni in stile "stalinista";
biciclette e tricicli con cui i giovani trasportavano i morti e i feriti
sanguinanti sono quasi scomparsi, rimpiazzati da auto di lusso,
"pullman" e "metropolitana" superveloce. Il Paese è
cambiato: rivendica il secondo posto nell’economia globale e se la crisi sta
minando i successi degli ultimi due decenni, la
Cina
rimane comunque la speranza
più forte per la ripresa mondiale. I giovani, a causa della censura e del
silenzio del "regime", non sanno nemmeno che cosa sia accaduto 20 anni
fa; gli studenti di oggi studiano e lottano per vincere la concorrenza nella
corsa a un posto di lavoro, e hanno dimenticato Tiananmen. Ma proprio questa
Cina modernissima e internazionale, nel bene e nel male, è frutto di quel
"massacro". L’"accelerazione delle riforme", lanciata da
Deng Xiaoping nel ’92, è stato il tentativo di far rinascere nella gente la
stima per il "Partito" che aveva ucciso i loro figli. Il tentativo di
rendere "ricchi e gloriosi" i cinesi doveva servire da sedativo, così
che il benessere cancellasse il ricordo di quella notte di sangue e il popolo
tornasse a onorare l’imperatore garante di stabilità e
"consumismo". Deng e Jiang Zemin sono arrivati perfino a giustificare
il "massacro" come «un male minore», il prezzo pagato per garantire
la «stabilità» e raggiungere lo sviluppo che ne è seguito.
Ma, all’indomani di Tiananmen, le adesioni al "Partito" sono
crollate fino al 70% e la gente ha compreso che i "liberatori" dall’invasione
giapponese e i "timonieri" dell’unità e delle riforme sono soltanto
un’"oligarchia" che domina il popolo a proprio vantaggio. La
disillusione verso il "regime" è andata crescendo. Mentre i
"leader" attuali predicano la «società armoniosa», le dissonanze
divengono insostenibili: il divario fra ricchi e poveri (un esercito di circa
900 milioni) ha raggiunto livelli da "Terzo Mondo"; i Segretari di
"Partito" e i "capi-villaggio" depredano terre e case di
contadini per rivenderle e operare "speculazioni edilizie"; i "migranti"
che hanno fatto bella la Pechino delle
"Olimpiadi"
non hanno salario, né sanità,
né istruzione per i propri figli; lo sviluppo selvaggio di questi 20 anni ha
reso la Cina il Paese più inquinato della Terra, dove ogni anno muoiono 400mila
persone per malattie respiratorie.
La nazione di oggi è frutto di quanto il "massacro" ha fermato. Al
"Partito" che aveva operato le 4 "modernizzazioni"
economiche, i giovani chiedevano la "quinta modernizzazione", la
democrazia, senza di cui la società sarebbe stata ingoiata dalla
"corruzione" e dall’ingiustizia.
I continui scandali alimentari (il latte alla "melamina"), quelli
finanziari che coinvolgono pezzi grossi del "Partito" (a Shanghai,
Xiamen, Guangzhou...), quelli delle scuole del Sichuan,
crollate nel terremoto come "budini di tofu" uccidendo 8mila bambini,
mostrano che la Cina di oggi è ancora più "corrotta" di quella dell’89 e
continua a produrre "massacri". Nonostante ciò, il Governo di Pechino
mette a tacere gli scandali, annacqua le sentenze e vieta alle vittime di
cercare giustizia per vie legali.
La Cina di oggi, senza democrazia né libertà di parola, è il frutto
incompiuto del "movimento"
di Tiananmen. Ma in questi 20 anni quel "movimento" si è diffuso in
modo capillare, generando una società civile più consapevole: attivisti per i
diritti umani, avvocati che difendono i poveri, giornalisti e
"internauti" che diffondo l’informazione negata. La massa di operai
sfruttati, di contadini defraudati, di famiglie avvelenate genera ogni giorno un
fiume di "petizioni", dimostrazioni e richieste che mettono in crisi
la stessa capacità di governo del "Partito". Secondo il
"Ministero della Sicurezza", vi sono almeno 87mila «incidenti di
massa» (scontri fra polizia e manifestanti) ogni anno; le cause di lavoro –
per salari non pagati o licenziamenti – nel 2008 sono state un milione.
Davanti alle richieste della società civile, il "Governo-Partito" si
trova, come ai tempi di Tiananmen, davanti a un crocevia: deve decidere se
seguire un sentiero di dialogo e democrazia o la via della
"repressione". Nessuno degli attivisti cerca oggi di rovesciare il
sistema o di condannare il "Partito Comunista": chiedono giustizia e
dialogo all’interno della risicata cornice legale disponibile. Molti di coloro
che sollecitano le riforme sono membri del "Partito" e personalità
dell’"intellighenzia" statale. Eppure, la risposta del
"regime" è la stessa di 20 anni fa: silenzio, arresti, divieti di
associazione e di pubblicazione via "Internet" o sui giornali di
riflessioni su scandali, "corruzione" e democrazia.
Nessuno sa fin quando potrà durare questo contenimento fatto di controlli
polizieschi e militari. Ma certo un confronto aperto sul "massacro" di
20 anni fa e il riconoscimento delle colpe aiuterebbe alla riconciliazione.
Purtroppo, la Cina sembra dirigersi in modo pericolosissimo verso una
ripetizione amplificata di quel "massacro".
Vale anche la pena mettere in luce il legame fra "movimento
democratico" e "libertà religiosa". Nei primi anni dopo l’89,
il braccio di ferro fra i "dissidenti" e il "Partito" è
rimasto troppe volte a livello di rivendicazione economica o di libertà
individuale. Ma ormai in Cina si diffonde sempre più una cultura che mette al
centro la persona e i suoi diritti inalienabili, rispettando il potere dello
Stato, ma criticando la sua "dittatura" autoritaria. Ciò è avvenuto
"grazie" a Tiananmen: diversi "dissidenti", espulsi o
imprigionati, hanno avuto contatto con comunità cristiane. Personalità come Gao
Zhisheng, Han
Dongfang, Hu
Jia hanno scoperto
la fede quale base del valore assoluto della persona, fondamento della difesa
dei diritti umani. Questo innesto fra "impegno civile" e "libertà
religiosa" è uno dei frutti che fa più sperare per un futuro di
giustizia.