Agli arresti uno degli intelletuali e "dissidenti" più brillanti
Ributtato
in "Piazza Tiananmen"
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Liu Xiaobo vent’anni dopo
Bernardo
Cervellera
("Avvenire",
25/6/’09)
Liu Xiaobo
è uno degli intellettuali e "dissidenti" più brillanti della Cina
di oggi. Il suo arresto è stato ora motivato con l’accusa di
«"sovversione"
contro lo Stato». In realtà Liu, 53 anni, non ha mai svolto alcuna attività
violenta, essendosi concentrato a scrivere riflessioni e proposte sui
"diritti umani" e la "democrazia", pubblicandoli su riviste
internazionali e "Siti Internet". Ma aprire gli occhi e la mente della
gente è forse l’attività più "sovversiva" per un Governo che pretende di aver
dato il benessere ai cittadini, anche se toglie loro la libertà di pensare in
modo autonomo. La cattura di Liu è segno di quanto la Cina non sia molto
cambiata dai tempi del "massacro" di Tiananmen.
Nell’89 Liu Xiaobo fu uno dei docenti che partecipò agli "scioperi della
fame" decisi dagli studenti per spingere la "leadership" al
dialogo. Fino all’ultimo, cercò di convincere i manifestanti ad abbandonare
la Piazza e l’esercito a non attaccare.
Ma fu testimone del fallimento della sua mediazione e del "bagno di
sangue" che ne seguì. Per questo ha passato un paio d’anni in prigione.
A due decenni da Tiananmen, Liu è di nuovo privato della libertà. Il suo
"sequestro", in Dicembre, è avvenuto poco prima della pubblicazione
di "Carta 08",
Documento sottoscritto da 303 intellettuali, "attivisti" e gente
comune, di cui Liu sembra essere l’estensore. Il testo è una delle analisi
più acute sulla situazione della Cina contemporanea. I "firmatari"
apprezzano i cambiamenti avvenuti negli ultimi 20 anni, con l’uscita del Paese
dalla povertà e dal "totalitarismo maoista", ma puntano il dito sulla
«modernizzazione folle» e senza riforme politiche, che ha prodotto la
«corruzione governativa, la mancanza di uno "stato di diritto",
deboli "diritti umani", corruzione dell’"etica pubblica",
crasso "capitalismo", crescente diseguaglianza fra ricchi e poveri,
sfruttamento sfrenato dell’ambiente naturale, umano e storico, l’acuirsi di
una lunga lista di conflitti sociali». I "firmatari" di "Carta
08" chiedono al Governo riforme perché temono che i conflitti sociali
diventino sempre più violenti, mettendo in crisi anche lo sviluppo economico.
Per tutta risposta – proprio come ai tempi di Tiananmen – il Governo si
prepara a condannare Liu, e ha messo agli "arresti domiciliari" decine
di altri promotori, controllando e interrogando membri del "Partito"
simpatizzanti del Documento. Forse per la prima volta in un testo della
"dissidenza", in "Carta '08" si cita la necessità della
"libertà religiosa" come elemento importante per la società cinese.
Si chiede perfino che sia eliminato il controllo statale sulle attività
religiose e che non vi sia frattura fra attività ufficiali "legali" e
attività sotterranee "illegali". Ciò è dovuto al fatto che molti
"dissidenti", fra cui lo stesso Liu Xiaobo, da rivendicazioni basate
solo sulla "Dichiarazione
dell’Onu", sono
giunti alla conclusione che i "diritti umani" nascono da una
concezione della dignità umana come valore assoluto, garantita soltanto da una
visione religiosa, in cui la persona è considerata creatura di Dio e lo Stato
servitore della dignità umana.
Tale collegamento fra "democrazia" e fede religiosa è quanto di più
"sovversivo" si possa immaginare a Pechino,
ma è forse l’unica strada per evitare l’implosione del "gigante
cinese". L’Occidente tanto interessato al commercio – e poco ai
"diritti umani" e alla fede – dovrebbe pensare ad aprire con il
Paese asiatico non solo dispute sul "protezionismo", ma anche sulla
"libertà religiosa". Se non altro per difendere il futuro dei propri
investimenti.