Le riflessioni del responsabile nazionale di Cl
La sorpresa di Piazza San Giovanni,
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evento debordante ogni schema
Giancarlo
Cesana
("Avvenire",
24/5/’07)
La manifestazione del "Family
Day" è stata
innanzitutto una sorpresa: per gli oppositori, ma anche per chi ci è andato. Ci
si aspettava popolo ma non in tale sovrabbondanza. È stato detto con
giustificata enfasi che la massiccia astensione del "referendum" sulla
legge 40 si è trasformata in una presenza. Presenza di che?
Erano presenti le famiglie in un numero così esorbitante che cinquecentomila o
un milione fa lo stesso. Intanto che le guardavo mi è venuto in mente
l'episodio del Vangelo di Matteo in cui Gesù parla del matrimonio (Mt 19,3-10).
Sono andato a ritrovarlo perché la memoria può essere imprecisa. Vale proprio
la pena di rileggerlo. "Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per
metterlo alla prova e gli chiesero: ‘È lecito ad un uomo ripudiare la propria
moglie per qualsiasi motivo?’. Ed egli rispose: ‘Non avete letto che il
Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una
carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che
Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi’ (…). Gli dissero i discepoli: ‘Se
questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi’".
Anche i discepoli avrebbero potuto a loro volta tirare verso i "Dico"; erano
inclini a considerare la famiglia un'esperienza difficile, se non impossibile.
In piazza San Giovanni erano presenti centinaia di migliaia di esperienze
"difficili", eppure così positive da essere pubblicamente difese non
solo dai "seguaci di Cristo", ma anche dai cosiddetti laici,
senz'altro più numerosi degli altri laici, che manifestavano contro, in Piazza
Navona. Quindi, in San Giovanni era copiosamente presente un fatto strano,
proprio perché così quotidiano e popolare da non far sospettare la forza che
straordinariamente esprimeva. In effetti, se la domanda dei discepoli aveva
ragione di essere, come l'ha tutt'oggi, come può accadere che una famiglia
duri? Che mistero è un popolo di famiglie?
Comunque si pensi, il 12 maggio abbiamo visto un pezzo di Italia, ostinatamente
e diffusamente persuaso della definitività dell'amore, resistente alla
corrosione che viene dal cinema, dalla tv, dai giornali, dai vicini di casa, dai
colleghi di lavoro… dappertutto. Si è trattato di un avvenimento debordante
da ogni scatola in cui si tenti di rinchiuderlo. Anche le spiegazioni dei
commentatori appaiono spesso insufficienti perché il "Family Day" non
ha rappresentato tanto un progetto o un'idea, quanto un fatto da prendere così
come è perché, come dice una canzone di Battiato, è "un centro di
gravità permanente" di una società che non potrebbe farne a meno.
I più entusiasti della manifestazione si chiedono cosa fare per svilupparne
tutte le potenzialità. È stato detto che è nato un nuovo movimento, che i
suoi "leader" sono pronti alla politica. Ci sono quelli a cui prudono le mani in
vista dell'imminente lotta per una società più umana e più cristiana. Forse
la prima cosa da fare è cercare di capire che cosa tiene insieme le famiglie,
il loro affetto e la loro fecondità: non solo i corsi per fidanzati, che ormai,
come dice un parroco mio amico, sono corsi per conviventi e nemmeno un partito
dedicato che, probabilmente, è meglio che non nasca.
Non è un caso che il 12 maggio sia stato proposto dall'associazionismo
cattolico, ovvero non da uno schieramento, ma da un mondo in cui la famiglia è
il modo normale di trasmettere insieme alla vita, la fede come criterio di
conoscenza e di moralità. È proprio una novità italiana che a questo mondo e
a questa concezione si sia legata la simpatia di tanti non credenti. I
partecipanti del "Family Day", nella loro semplicità e fermezza,
hanno espresso il valore civile della fede, che non è ostacolo, ma fattore di
ragione e libertà per tutti. La grande manifestazione cui hanno dato vita è in
fondo un'adesione di massa all'invito del Papa a spalancare la ragione; è
l'esigenza di una nuova laicità, che, religiosa o no, non presume di sapere
tutto, ma desidera innanzitutto imparare.