INTERVISTA

Mentre sta per uscire il suo prossimo romanzo,
il "Premio Nobel" Elie Wiesel parla dell’"Olocausto":
«È una "spina" conficcata nel cuore della storia, che interroga anche il "Creatore"».

RITAGLI     Wiesel, l’ultima tragedia di Dio     DOCUMENTI

«Nel 1944, mentre la "deportazione" cresceva, una contadina, di fede cristiana,
si offrì di nascondere la mia famiglia in montagna nel suo granaio.
Mio padre rifiutò, ma io la vedo come una "santa",
che ha salvato l’onore del cristianesimo».


Marie Chaudey
("Avvenire", 8/10/’08)

Uno sguardo intenso e premuroso. Uno sguardo che, nel 1944, ha visto l’inferno dei "campi di concentramento": deportato ad Auschwitz, Elie Wiesel vi perse tutta la famiglia. Aveva sedici anni ed è rimasto sempre fedele al bambino sopravvissuto che fu, militando instancabilmente per la trasmissione della memoria e il rispetto dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a tutte le battaglie, sostenendo la causa degli ebrei sovietici, le vittime dell’"apartheid" e quelle della guerra nell’ex Jugoslavia. Un percorso ripagato nel 1986 dal "Nobel per la Pace". «Nonostante tutto» – la sua espressione scaramantica – , nonostante gli odi di tutte le sponde, continua a credere in un mondo migliore e nella pace tra israeliani e palestinesi. Ancora insegnante a Boston, a ottant’anni, per la prima volta il Professor Wiesel prenderà un "anno sabbatico": allo scopo di… continuare a scrivere romanzi e saggi – il prossimo sui suoi "maestri e amici" conterà mille pagine – , instancabilmente nutriti dalla lettura quotidiana della "Bibbia" e del "Talmud". Elie Wiesel ha appena pubblicato in Francia la sua ultima fatica, "Le cas Sonderberg" ("Grasset"), segnata, ancora e sempre, dall’"Olocausto" e dalla memoria.

Professor Wiesel, per la prima volta in un romanzo introduce un tedesco. Perché proprio ora?

«I personaggi s’impongono da sé… È vero però che a seguire le mie lezioni a Boston ci sono studenti tedeschi: vengono per imparare, per capire e capirsi. Sono profondamente commosso da come sono accolti dagli altri allievi perché non si sentano colpevoli o a disagio… Nascono amicizie. Insegnare e scrivere è un po’ come sposare, far incontrare persone diverse. Ma se finora non avevo inserito tedeschi in un libro, è soprattutto perché ero incapace di fare di un omicida il personaggio centrale. Mi rifiuto di dire "io" al suo posto».

Forse perché dire "io" per conto di un tedesco significherebbe capire l’"Olocausto"?

«Sì, sarebbe quasi capire. E io non voglio. Io non ho spiegazioni: sono ancora dalla parte delle vittime. Il mio personaggio tedesco, il giovane Werner, nel finale è una vittima. Hitler e i "nazisti’ hanno ucciso le generazioni tedesche successive. Volendo restituire alla Germania la sua grandezza e la sua fierezza, sono riusciti solo a far portare a ragazzi come Werner il peso dell’umiliazione e della colpevolezza: loro sono vittime dei nonni. E non è giusto. I figli degli assassini sono figli, non assassini».

È un sentimento di fratellanza quello che finisce per unire, nel libro, il nipote del "boia" a Yedidyah, l’orfano ebreo?

«No, perché la fratellanza lega due esseri simili. Parlerei piuttosto di "cameratismo"… Non di amicizia, che è il legame nella differenza, un valore fortissimo, che pongo al di sopra di tutto, anche dell’amore. Ho il culto dell’amicizia».

Lei ha appena compiuto, il 30 Settembre scorso, gli ottant’anni. Appartiene all’ultima generazione in grado di testimoniare: non è preoccupato?

«Nel romanzo il personaggio di Yedidyah ha poca memoria: questo mi terrorizza. Come fare per combattere l’oblio? Se l’umanità può soffrire di amnesia, a che serve vivere cercando di trarre insegnamento dalle nostre sconfitte, vittorie o sfide? Appartengo a una specie in pericolo: attorno a me si susseguono i funerali. E un giorno ci sarà l’ultimo. Eppure mi dico, nonostante tutto, che chi ascolta un testimone lo diventa a sua volta: per questo non ho paura. E continuo a scrivere libri, tenere lezioni e conferenze».

Insegna la "Shoah"?

«No, mi accontento di lettere e filosofia. Del resto ho scritto pochissimo sulla "Shoah", preferisco dedicarmi alle mie passioni "bibliche" e "talmudiche". Dei miei cinquanta libri, solo quattro affrontano l’"Olocausto". Non bisognava che diventasse "routine": voglio che continui a essere per me qualcosa di sacro. E voglio tremare, appena pronuncio la parola "Auschwitz"! Cerco di trasmettere le ripercussioni, la ferita di "quella cosa". Ma "quella cosa" resta indicibile. Poiché, così com’è impossibile guardare in faccia Dio, non si può né affrontare né assorbire la potenza del male che operava nei "campi di concentramento". Posso solo prendere il lettore o l’allievo per un braccio e condurlo fino al portone».

Nel romanzo c’è una magnifica figura di nonno…

«È ispirata a mio nonno materno, che adoravo e al quale ero vicino. Abitava in un villaggio non lontano dal nostro in Transilvania. È stato lui a insegnarmi il "chassidismo": era la saggezza vivente. Lo hanno portato direttamente nella "camera a gas"».

Il suo eroe deve la vita all’«anima innocente e sublime di una semplice contadina, una brava cristiana»…

«Il personaggio di Maria è veramente esistito. Lavorava da noi, era di famiglia. Poi veniva clandestinamente nel "ghetto" a portarci dei viveri. Quando cominciò la "deportazione" degli ebrei ungheresi, nel Maggio del 1944, propose a mio padre di nasconderci tutti in montagna dove possedeva un granaio. Ai miei occhi ha salvato l’onore del cristianesimo. Era una "santa". I miei genitori non l’ascoltarono».

Lei cita Agostino: «Dio è vicino a quanti lo fuggono e fugge coloro che lo cercano». A che punto è il suo rapporto tormentato con Dio?

«Posso protestare contro di Lui. Incalzarlo di domande e persino gridare: "Dove sei?". Ma non posso divorziare da Lui. Ho ancora la fede, ma una fede ferita per sempre. Perché non accetto risposta ad Auschwitz. Un milione e mezzo di bambini morti deve restare per sempre una domanda. Quest’uomo ha visto ragazzini gettati vivi nelle fiamme. Se ho visto io, ha visto anche Dio. Accettare una risposta vorrebbe dire girare pagina. No! Auschwitz deve restare una "spina" nella coscienza dell’umanità e nella memoria di Dio. Con Primo Levi, dopo la guerra, ho condiviso molte discussioni. Lui diceva: "Dunque Dio non esiste". È una conclusione facile, in fin dei conti. La tragedia del credente è più profonda di quella del non credente. Il mio "maestro", Saul Lieberman, un giorno mi chiese quale fosse il personaggio più tragico della "Bibbia". Né Mosè, né Abramo. Ma Dio che guarda in basso e dice tra sé: "Ho creato un mondo per l’uomo ed ecco lui cosa ne ha fatto"».

Il "fanatismo", la sua "bestia nera", l’ha raggiunta personalmente?

«L’anno scorso a San Francisco, a una conferenza… sulla pace, sono stato aggredito fisicamente da un giovane "negazionista". Voleva rapirmi per costringermi ad ammettere che l’"Olocausto" non c’era mai stato. Il "fanatismo" è una malattia da combattere instancabilmente. E conosco un solo modo per farlo: l’educazione. Ma un’educazione in cui l’etica abbia il suo posto: in America non rientra nei programmi… Etica viene dal greco "ethos", che significa l’altro: il riconoscimento dell’altro, la preoccupazione dell’altro. E in un mondo in cui le notizie arrivano a tutta velocità, l’informazione deve essere trasformata in conoscenza, la conoscenza in sensibilità e la sensibilità in impegno».

( Traduzione di Anna Maria Brogi )