MARCIA PER LA PACE

RITAGLI    «La novità? Meno politica, più spiritualità»    DOCUMENTI

Olivero ("Acli"):
sullo spirito dell’iniziativa ha inciso la testimonianza dei monaci birmani.

Da Roma, Pino Ciociola
("Avvenire", 9/10/’07)

«La pace che tutti invochiamo simbolicamente nella marcia "Perugia- Assisi" è insieme un dono e un compito»: il presidente delle "Acli", Andrea Olivero, ha vissuto profondamente la marcia di domenica. Riflettendoci a lungo.

Presidente Olivero, non le è sembrata una marcia "diversa" dalle ultime?

Che sia stata diversa lo hanno notato in molti: meno strillata e più partecipata, qualcuno ha scritto. E qualcun altro, forse proprio per questo, non ha saputo scrivere che qualche riga stentata. Oppure ha polemizzato per una marcia troppo poco politica.

Vero: stavolta la politica ha scelto di partecipare assai "sobriamente".

Si è passati da una radicalità a volte ideologica ad una radicalità spirituale. Rispetto alla quale ha inciso senz’altro, in modo anche provocatorio, la testimonianza straordinaria dei monaci birmani.

Una presenza, la loro, che ha emozionato e probabilmente fatto riflettere.

Sul palco della Rocca d’Assisi i monaci buddisti tibetani hanno intonato un canto di preghiera. La loro delegazione ha percorso le strade di Assisi tra applausi e commozione della gente. È come se quest’anno gli stessi partecipanti alla marcia si fossero domandati: da dove viene la forza, il coraggio, la dignità di quei monaci che in Birmania hanno sfilato in modo non violento a costo della vita? Da dove viene quella pace?

Domanda decisiva, non crede?

È la vera novità. L’intuizione, se non la comprensione piena, che la pace che tutti invochiamo simbolicamente nella marcia "Perugia-Assisi" è insieme "un dono e un compito". Come già Benedetto XVI ci aveva ricordato nel messaggio per la "Giornata mondiale della Pace" del 2007 e ha ribadito domenica nel messaggio al vescovo: "un dono di Dio" e insieme "un esigente dovere". Aggiungendo che l’azione per la pace diventa "incisiva" in quanto "ispirata ai perenni valori dello spirito".

Messaggio che lanciò quaranta anni fa un altro Papa attraverso un’enciclica che avete ricordato alla vigilia della marcia.

La lezione di Paolo VI e della sua "Populorum progressio": chi vuol essere operatore di pace deve aprirsi alla prospettiva di un "umanesimo planetario" che rappresenta "lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini" e che non può essere "insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte".

Non c’è però il rischio di finire per rinchiudersi nell’"intimismo"?

La vera spiritualità non è mai "intimismo", né rifiuto dell’impegno politico. Anzi è la forza che consente di affrontare ogni rischio per la pace, senza retoriche, compromessi, compiacimenti, senza cedere in alcun modo alla tentazione della violenza, né fisica né verbale.

Tentazione che a volte può apparire difficile da rifiutare.

È la spiritualità la radice della "nonviolenza": riscoprire la spiritualità della pace significa lavorare per cambiare il mondo iniziando col cambiare se stessi, passo a passo, con la fatica e spesso il rischio di non essere compresi.

Un percorso che dovrebbero fare in molti...

Anche le organizzazioni – a partire dalle "Acli" – che nella pace affermano di credere: che siano laiche, ecclesiali o di ispirazione cristiana.

Come, presidente Olivero?

Non "slogan" e proclami, né concessioni a polemiche "pretestuose" o strumentali, ma impegno quotidiano di "conversione", nel senso di critica radicale dei propri comportamenti, di rifiuto d’ogni forma di violenza, di superamento della categoria "amico-nemico", di coraggiosa denuncia per ogni sfruttamento dell’uomo.