DON BENZI - UNA VITA PER TUTTI
La sua storia
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In missione sulle strade del mondo
a fianco di chi si sente una
nullità
I suoi giorni erano pieni di attenzioni per il prossimo.
Sempre presente nei luoghi delle «trasgressioni» più umilianti per l’umanità.
Mai «moderato», perché ardeva dell’amore per Cristo.
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Da Roma, Pino Ciociola
("Avvenire", 3/11/’07)
Molto, molto difficile che don
Oreste, anche ora, stia rimanendo con le mani
in mano: più facile vada mettendosi d’accordo col "Padreterno" su
quel che può fare e, magari, addirittura gli abbia già chiesto se anche lassù
è possibile rendersi utile. È facile, ancora, che neppure adesso abbia voluto
smettere la vecchia tonaca lisa di "prete da marciapiede" (che non
toglie mai). E che il suo sorrisone da nonno buono abbia la luce ancora più
bella.
«Decisi da piccolo che nel mio sacerdozio avrei scelto di essere al fianco di
chi si sente una nullità», spiegò un paio di anni fa. Perché la sua famiglia
era assai povera: il papà faceva l’operaio (ma «non sempre aveva lavoro»),
la mamma la casalinga e lui fu il settimo di nove figli.
È nato il 7 settembre 1925 a San Clemente (Forlì) ed è entrato nel seminario
di Rimini nel 1937, a dodici anni. Dopo altrettanti ne uscì sacerdote, il 29
giugno del 1949. E il 5 luglio dello stesso anno venne nominato cappellano della
parrocchia di San Nicolò a Rimini. Poi nel 1968 la prima
"casa-famiglia" dell’"Associazione Papa Giovanni XXIII",
fondata insieme ad altri sacerdoti e a diversi volontari. «I momenti peggiori
della mia vita – confidò – sono quando vedo una persona disperata: mi sento
impotente, piccolo, una nullità di fronte a loro. Allora però cerco di aiutare
quella persona e metto tutto nelle mani della Madonna». Raccontare don Oreste
usando il passato prossimo non riesce proprio: neppure sforzandosi, neppure dopo
aver riflettuto su come andrebbe descritto. E ancora meno dopo aver letto le sue
parole di qualche giorno fa.
La morte è una finzione: nulla più di un parametro terreno, non certo del
Cielo. Per lui morire è solo un passaggio che troppo di frequente viene
interpretato ingannevolmente. Lo ha scritto chiaro e tondo poco tempo fa
commentando il "Libro di Giobbe" proprio per l’ultimo 2 novembre,
giorno dei "Defunti": «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a
questa terra – spiega – la gente che sarà vicina dirà: "È
morto". In realtà, è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta
lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma la
morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito
di Dio».
Solitamente di qualcuno che se n’è andato si sente sempre parlare soltanto
bene, a volte per giustizia, altre magari un po’ per dovere, altre ancora per
indulgenza. Con don Oreste è diverso. E a chi non lo conosce sarebbe bastato
vedere ieri le agenzie di stampa sui computer dei giornalisti per rendersene
conto: centinaia di "lanci"che raccontavano del dolore di chiunque,
compresi gli uomini politici e da sinistra a destra.
La sua vita è semplice e tutta in una sua frase: «Ho cercato sempre di non
dire no a Dio». Eppure serve un altro pezzo per capire davvero don Oreste: noi
vediamo Dio nei più deboli (su tutti), per lui Dio sono i più deboli. E i suoi
giorni non sono parole. Lo sa – bene – chi scende in strada con lui.
Sempre, in ogni tempo e luogo delle «trasgressioni» più umilianti per gli
esseri umani. Nel cuore di notti gelide, per esempio, quelle con la neve ai lati
delle strade e sui marciapiedi le ragazze coperte quasi soltanto di freddo, con
le quali parla per ore, alle quali regala rosari e due numeri: quello fisso
della comunità e il suo cellulare («se hanno bisogno, devono trovarmi»).
Niente sconti a nessuno, su questo: quelle ragazze trattate come un pezzo di
carne ad uso e consumo dei maschi sono schiave, chi le adopera come tali e in
qualunque ruolo si metta è a sua volta uno schiavista. «Ma lei non è
moderato, don Oreste!», spesso gli rimproverano. Vero. Tanto da far tornare in
mente le parole di un altro grande prete morto dieci anni fa, don Luigi Di
Liegro, che spiegava come «Cristo non fu un moderato e morì sulla Croce
proprio per non esserlo stato»: ecco, per capirci, don Oreste è moderato nel
modo di Cristo.
Ha gli occhi chiusi, adesso, ma sorride perché sa che è soltanto «una bugia»
e che chiunque può ancora incontrarli: guardate dentro quelli delle donne e
degli uomini ai quali ha dato l’Amore. Il suo e quello di Dio.