I FUNERALI DI DON BENZI
Don Oreste, l’addio diventa festaAssociazioni, movimenti, comunità da tutta Italia: in 10mila per le esequie.
Dal
nostro inviato a Rimini, Pino Ciociola
("Avvenire", 6/11/’07)
Ma chi ha detto che non si può
far festa anche quando le lacrime scivolano di tanto in tanto sulle guance e c’è
un funerale da celebrare? E che non possa esser stata così bella d’averlo
fatto proprio felice, don
Oreste, perché
andata come lui avrebbe voluto. Anzi, se avesse potuto, avrebbe preso il
microfono e ringraziato. Sorridendo e magari scherzandoci su. «Mi hai insegnato
la gioia. Il sorriso anche davanti al dolore e alla morte. Sei stato uno
straordinario dono di Dio per ognuno di noi», dice una donna nella preghiera
prima della Messa.
"Palacongressi" di Rimini strapieno di gente e Dio e amore.
Associazioni, movimenti, comunità, mezza Italia. E mille colori diversi e
uguali di pelle e vestiti, mille età e gioie struggenti. Centocinquanta
sacerdoti a concelebrare sull’altare e almeno altrettanti sotto perché sopra
non c’è davvero più posto. Gli ultimi, le "pietre scartate", gli handicappati,
le prostitute, i nomadi sono i più vicini alla bara col Vangelo sopra.
Diecimila persone sono arrivate a salutare il fondatore dell'"Associazione
Papa Giovanni XXIII":
donne e uomini e famiglie. Piangono, sorridono, s’abbracciano. Addolorati per
la morte del «Don» e felici per quanto ha saputo fare e lasciare. Per quell’inizio
dell’omelia di Francesco
Lambiasi, il vescovo di
Rimini, quel suo «Carissimi fratellini» rivolto, prima che agli altri, ai
bimbi che sono qui. È sempre rivolgendosi a loro che spiega perché
probabilmente don Oreste se n’è andato proprio nel giorno dei
"Morti": «Nel ’93 don Tonino Bello, quando morì andò dal Padre e
gli disse: "Chiama don Oreste, è stanco, lascia che finalmente
riposi", ma Dio
pensò non fosse il momento. Lo stesso accadde quando morì dieci anni fa Madre
Teresa, che chiese la stessa cosa». Niente, troppo presto. «Qualcosa poi dev’essere
cambiato quand’è morto Giovanni Paolo II, che andò dalla Madonna con le...
firme di tutti i Santi per chiederle d’intercedere con Dio e chiamare don
Oreste al giusto riposo». A quel punto però fu lo stesso don Oreste a puntare
un pochino i piedi, «dicendo al Signore: "Ti prego, lasciami ancora un po’
qui, dovrei andare dalle mie ‘case-famiglia’ in Brasile e magari fare l’ultimo
Natale con le mie ragazze e i miei ragazzi"». Insomma – va avanti
monsignor Lambiasi – qualche tira e molla, quindi «la Madonna gli disse:
"Va bene, allora ti chiameremo il giorno dei 'Santi'"; e don Oreste
rispose: "Ma è troppo onore per me! Meglio quello dei 'Defunti'". Così
la Madre di tutti decise di farlo chiamare appena un paio d’ore dopo la
mezzanotte d’"Ognissanti"...».
L’odore dell’incenso e le voci di bimbi. Un grande Crocifisso che scende dal
soffitto ed è illuminato che sembra sorrida. Un piccolo di nove o dieci mesi,
nerissimo, in braccio a un’operatrice dell’"Associazione".
Don Oreste qui, stamane, è felice. «Un grazie – dice Giovanni
Paolo Ramonda, il
"vice" di don Oreste che oggi guida l’"Associazione" – a
tutti i piccoli che il Signore ci ha affidato, che sono le colonne portanti
della "Comunità Papa Giovanni XXIII", che portano nella loro carne e
nella loro mente la "Passione" di Gesù, grazie perché siete un dono stupendo».
Le preghiere dei fedeli paiono trascrizioni dei pezzi d’anima di questo
«sacerdote da marciapiede»: «Perché sappiamo riconoscere sempre nei poveri e
nei sofferenti l’immagine di Cristo, per sollevarne l’indigenza e in loro
servirlo». «Per la Chiesa santa di Dio e per tutte le espressioni vive di
Chiesa», «per tutti gli uomini di buona volontà, perché non si stanchino mai
di lottare per una società basata non sul profitto e sull’interesse
personale, ma sulla gratuità e sull’amore, impegnandosi per rimuovere le
cause che creano emarginazione e ingiustizia».
La bara esce. Ora la gente non riesce più a fermare le lacrime e sentirsi un po’
più smarrita, come accade sempre nei saluti degli uomini. Lambiasi non è solo
il suo vescovo, è amico di don Oreste: aveva ispessito il tono della voce
ricordandone le formidabili battaglie per la dignità di ogni essere umano. E
sorriso dolcemente, chiudendo l’omelia, dicendogli «fa’ presto a riposarti
e torna subito a darci una mano. Ora non avrai più bisogno né del rosario né
del cellulare. Ci contiamo: non resterai con le braccia conserte, allora vieni
presto e datti da fare...».