A 5 MESI DALLA MORTE
Il successore
Ramonda: «Avanti con l’impegno di prima».
La «Papa Giovanni XXIII» ha già accolto migliaia di prostitute,
tossicodipendenti, disabili, "senza fissa dimora".
«Da tutti andava di persona».
I «suoi»
ragazzi: «Ora ci sentiamo ancor più "responsabilizzati"».
Il futuro dell’"Associazione" «è nei giovani,
che sentono la freschezza del Vangelo a partire da chi soffre».
Dal nostro
inviato in Emilia Romagna, Pino Ciociola
("Avvenire",
30/3/’08)
Mani "sporche" di
dolori e sofferenze, le loro.
Difficile scoprirsele diverse se si sceglie di non restare "affacciati" da una
finestra a guardare chi soffre. Ed è quasi un "paradosso" quel che è
successo: la gente dell’"Associazione
Papa Giovanni XXIII"
si è rimboccata le maniche dopo la morte di don
Oreste Benzi.
«Tutti ci siamo sentiti ancor più "responsabilizzati". Cerchiamo di
andare avanti come prima e più di prima nell’impegno e nella radicalità
della scelta», dice Giovanni
Paolo Ramonda,
successore del "don" alla guida dell’"Associazione". Nelle
loro "case famiglia" i dolori e le sofferenze vi entrano realmente.
Come quelli di Liliana, «sfruttata per 10 anni in Romania da alcuni zingari,
poi venduta ad altri zingari», che ha partorito due bimbi «a loro volta
venduti a zingari», che si è ammalata di tubercolosi e anche così veniva
costretta ad andare sul "marciapiede". Come quelli di Iona,
abbandonata in ospedale dalla mamma a 1 anno e 8 mesi, cresciuta dalla nonna e
poi in "istituto", con un padre che quando aveva 5 anni voleva
approfittare di lei, rapita da sei uomini, "stuprata" a ripetizione e
poi costretta a "battere", che partorisce due volte e due volte i suoi
"magnaccia" la costringono ad abbandonare i suoi bimbi in strada. Come
i dolori e le sofferenze di Dorina, nata nell’Europa dell’Est: 15 anni,
forse 16, magra, bella e biondissima, occhi azzurri.
Caricata su un furgone all’uscita dalla scuola e poi tre anni in Italia fatti
di "botte", "marciapiedi" e sesso "animale" sul
sedile reclinato di una macchina.
«Pensavo alla mamma, volevo morire». Una sera si ferma un’auto come mille
altre ogni notte, ma stavolta qualcuno ne scende, anziché
"contrattare" dal finestrino abbassato per far salire lei. Un uomo che
indossa una "tonaca" vecchia e consumata ed ha un gran sorriso. «Vuoi
venire via con noi? Ti aiuteremo». Lei ribatte: «Ma mi ammazzeranno». E lui,
ancora: «Non aver paura, vieni via con noi». Dorina scappa dalla strada e
dalla luce "tetra" dei fanali che le si avvicinano, denuncia i suoi
"carcerieri", entra in una "casa famiglia" dell’"Associazione"
«dove resterò tutto il tempo di cui ci sarà bisogno». Telefona alla mamma,
le dice tutto, la mamma piange e piange anche Dorina, che ora ha un sogno:
«Avere un lavoro qui in Italia e andare a trovare la mamma». L’"Associazione"
è già in venticinque Paesi del mondo, ma presto diventeranno di più:
«Abbiamo richieste per aprire "case famiglia" dall’Argentina e dal
Ciad, dall’Uruguay e dal Ruanda», spiega Ramonda. E il futuro dell’"Associazione"
secondo lui? «È nei giovani e in coloro che sentono dentro la "freschezza" del
Vangelo per il bene della società e a partire dagli ultimi. Il
"tempo" di don Oreste è stato unico ed è insostituibile, adesso
tocca a noi». Ed il futuro è in parte anche nelle "offerte" sul
"conto corrente postale n. 12148417" intestato ad "Associazione
Papa Giovanni XXIII" (magari scrivendo nella "causale" «Sostegno
accoglienza»).
Perché servono anche i soldi per "strappare" alla tragedia ragazze
come Liliana, Iona, Dorina o Adelina, che ha vent’anni ed è albanese: «Non
sono nata per prostituirmi, né per lasciarmi spegnere le sigarette sul petto e
neanche per "contrattare" sul "marciapiede" venti minuti di
sesso». Bisogna non avere paura per liberare queste ragazze (bambine, spesso) e
salvarle poi da vendette e ritorsioni, eppure l’"Associazione" c’è
già riuscita con 6/7mila di loro solo in Italia.
Come pure ha già accolto migliaia di ragazzi tossicodipendenti portandoli via
alla droga, piccoli e grandi con "disabilità" fisiche e mentali,
"senza fissa dimora".
Combattendo poi anche, e con ogni mezzo, le "sette sataniche".
Cercando intanto di testimoniare e raccontare quanta bontà esista e di quanta
bontà chiunque possa essere capace: «Non si può vincere il male
"denunciando" solo il bene che manca, ma facendo conoscere il bene che
c’è», diceva don Benzi. Che andava, di persona, da chiunque avesse bisogno.
Ad abbracciarlo, se necessario. Perché non si sentisse solo, mai. Su una
lavagna dell’ufficio che è il "cuore" dell’"Associazione",
a Rimini,
rimane ancora oggi una scritta col pennarello. Forse perché nessuno troverà
mai il coraggio per cancellarla, o forse perché è giusto lasciarla per sempre
lì e ricordare: «Se chiamano donne e uomini che chiedono di uscire dalla
"strada", dire che don Oreste li vuole aiutare, e dare il numero del
telefonino di don Oreste».