All’indomani dei 100mila di Bari alle viste del Risorto

RITAGLI    Lotta alle mafie e Pasqua:    DOCUMENTI
la pietra sarà ribaltata

Don Luigi Ciotti
("Avvenire", 21/3/’08)

Eravamo oltre 100mila, sabato 15 marzo a Bari. Arrivati da tutta Italia e da molti paesi d’Europa.
Impossibile non rilevare, nel flusso "multicolore" di associazioni, gruppi, delegazioni, scuole, l’altissima percentuale di giovani. Con la loro energica freschezza e la loro serietà, il loro desiderio di cercare e la loro volontà di capire.
Eravamo in più di 100mila a stringerci attorno a centinaia di famigliari delle vittime delle mafie. Sono stati loro i protagonisti e l’anima di questa giornata. Li abbiamo accolti, ascoltati, accompagnati. Abbiamo sentito sulla nostra pelle le parole di un dolore ancora vivo, a volte "gridato", altre "sommesso", altre ancora "sopraffatto" da un’emozione che riemergeva incontenibile.
Percorrendo quel "lungomare" abbiamo scandito in interminabile "corteo" i nomi dei loro cari. Quei nomi – come "pietre miliari" di un cammino – continueremo a scandirli anche il 21 marzo: come da tredici anni a questa parte. Il 21 marzo: primo giorno di primavera, segno di vita che si rinnova.
Sono più di settecento le vittime innocenti uccise dalle mafie. Pronunciare insieme quei nomi, custodirli come un "seme prezioso" da accudire e alimentare ogni giorno, è il senso della
"Giornata della memoria e dell’impegno", ma anche il possibile nesso – per chi abbia certi riferimenti "spirituali" o ne sia alla ricerca – tra la lotta alle mafie e la Pasqua, tra i racconti evangelici della "Passione" e il desiderio di costruire giustizia su questa terra.
Le mafie ci vogliono far credere che il cerchio del "sopruso" e della morte si stringa attorno a noi "implacabilmente". Ci vogliono convincere che l’unica legge sia quella del più forte, che tra uomini non possa darsi fratellanza, "prossimità", giustizia. E che di fronte alla violenza – violenza delle armi, ma anche della "corruzione", della menzogna, dell’indifferenza – altra scelta non abbiamo che quella di farci i "fatti propri", non "impicciarci", badare ai nostri interessi. Tacendo quando dovremmo parlare, tirando dritto quando ci dovremmo fermare, guardando altrove quando dovremmo aprire gli occhi e guardare fisso in quelli di chi è "piegato", affaticato, privato della libertà, "bloccato" dalla paura o "svuotato" dalla rassegnazione.
La "buona notizia" del Vangelo rompe però questo "circolo vizioso", "smonta" questo schema all’apparenza "ineluttabile". Il primo giorno dopo il Sabato, quando è ancora buio e quando morte e violenza sembrano ormai vincere, qualcosa si muove. C’è qualcuno che – più di altri – non si rassegna e che continua a cercare. A sperare nel cambiamento. Ed è a questo punto che chi cerca scorge la pietra sopra il sepolcro "ribaltata". Vita e giustizia hanno vinto; luce e speranza hanno "fugato" buio e violenza. Gesù di Nazareth è stato risuscitato. È vivo. Per continuare a proporre la libertà del «vincere il male con il bene»; del resistere all’ingiustizia con quel semplice, ma incisivo e sempre attuale «fame e sete di giustizia».
100mila vivi che camminano e 700 nomi (volti, storie e vite "spezzate") "ri-proposte" alla meditazione, al ricordo, alla prova della solidarietà e, per chi ha riferimenti di fede, alla preghiera, per fare in modo che la "Via Crucis" che ci prepara alla Pasqua non si fermi al "Venerdì Santo". La pietra è stata "ribaltata". Il buio è finalmente vinto dalla luce. Ora l’impegno è nuovamente possibile e ogni rassegnazione, silenzio o "complicità" con il male devono essere definite per quello che sono: "negazione" di cambiamento, "omissione" e "privazione" di libertà. L’impegno per la giustizia è nuovamente possibile. A partire dal nostro quotidiano. Per tutti. Per ciascuno.
Finalmente certi del fatto che "lotta e preghiera" sono la sola modalità per resistere alla tentazione della violenza e ritrovare le ragioni della verità che ci rende liberi. Anche dalle "mafie".
Ma a una speranza che si regge sull’impegno.
Anzi: che scaturisce dall’impegno.
Come può del resto condurci lontano una speranza non alimentata da "gesti quotidiani"?
Una speranza non sorretta da una responsabilità senza "scadenze", non orientata da un "realismo" che sappia evitare sia le "lusinghe" dell’illusione, sia la "trappola" della delusione? Ecco allora il senso dell’espressione "memoria e impegno", dove la "e" congiunge, ma anche identifica: "memoria è impegno".
Ecco il senso di un ricordare che non è solo un "inchinarsi" metaforicamente di fronte a testimonianze di generosità, di coraggio e integrità civile, ma un "piegarsi" concretamente per raccogliere il "testimone" di chi ha agito per "fame e sete di giustizia", avendo riconosciuto in quella "fame" e "sete" il fondamento di una vita capace d’impegno e di amore.
Senso di una Pasqua che è Passione e Resurrezione di Cristo, ma insieme "rinnovamento" profondo delle coscienze, nel segno dell’impegno e della ricerca di verità.