Pietro Citati
("La
Repubblica", 26 Giugno 2001)
Tra i secoli VII e IX, la chiesa siro-orientale era la
più vasta tra le comunità cristiane: aveva milioni di fedeli,
duecentocinquanta vescovi, e una ricca letteratura; ricordo soltanto un grande
scrittore come Isacco di Ninive (di cui Sabino Chialà ha recentemente
pubblicato una scelta di testi, "Un'umile speranza", presso le
edizioni Qiqajon, lire 35.000). Aveva i1 proprio patriarcato a Ctesifonte,
capitale dell'impero persiano. È probabile che la lontananza da Costantinopoli
l'abbia favorita. Non più quell'occhiuta, possessiva partecipazione degli
imperatori bizantini ai dibattiti teologici: dopo la conquista araba, i califfi
abbasidi le consentirono una libertà spirituale di cui ogni religione ha
bisogno. Presto i missionari presero la via dell'Oriente: non avrebbero più
incontrato, sulla loro strada, la Bibbia, i testi platonici, l'eredità della
mitologia greca, la concorrenza delle comunità ebraiche, ma religioni in parte
ignote - l'Islam, il manicheismo, il buddhismo, il taoismo, la tradizione
confuciana. Come in ogni missione, avrebbero potuto cambiare volto e linguaggio:
rinunciare a qualcosa di sé, adottando immagini e pensieri nuovi. Raggiunsero
la penisola arabica; l'India: lungo o accanto alla via della seta, Herat, Balkh,
Samarcanda, Bukhara, dove comunità cristiane, zarathustriane, manichee,
buddhiste, vivevano l'una vicina all'altra; e poi le steppe turche, la Mongolia
e il Tibet. Nel VII secolo, furono in Cina. Come dice la Stele di Xi'an,
"un uomo di virtù superiore, chiamato Aluoben, avendo scrutato i segni
delle nuvole azzurre, prese con sé le vere Scritture, e avendo esaminato le
note musicali dei venti, attraversò difficoltà e pericoli", giungendo nel
635 nella capitale cinese. Era il tempo della dinastia Tang: un tempo di
tolleranza religiosa. Come i paesi lungo la via della seta, la Cina accoglieva
templi buddhisti e taoisti, templi zarathustriani, sinagoghe ebraiche, comunità
manichee. Aluoben e i missionari che lo seguirono dipinsero i regni cristiani
con i colori illusori del mito: "Quel paese produce tessuti che si lavano
nel fuoco, incenso che risveglia l'anima, perle lucenti come la luna e gemme che
risplendono nella notte. Per quanto riguarda i costumi, là furti e rapine sono
sconosciuti, e tra gli uomini regnano la felicità e la pace. Non ci sono
governanti che non siano virtuosi". Mentiva: in Occidente e nel Medio
Oriente regnava, come dovunque, la storia - guerre politiche, guerre religiose,
oppressioni di sudditi, sanguinosi crolli di imperi. Ma, in Cina, al riparo di
queste leggende, i missionari cristiani traducevano i testi siriaci in cinese,
attraverso la mediazione di interpreti sogdiani: assistiti da monaci buddhisti,
preti taoisti e letterati confuciani, che davano il benvenuto alla religione
neonata e insieme badavano a che concetti incomprensibili o pericolosi non si
introducessero in Cina. Nessuna opera di traduzione fu mai più difficile. Le
idee e le immagini ebraiche erano passate, senza distorsioni eccessive, nella
lingua greca e nella cultura islamica. Ma qui, in Cina, Aluoben trovava una
struttura mentale radicalmente diversa: un diverso modo di concepire le idee
fondamentali della vita; se voleva far capire la differenza tra astratto e
concreto, tra Essere e fenomeno, la lingua cinese non gli offriva gli
equivalenti linguistici adeguati. Tra mille difficoltà linguistiche, sotto
l'occhio diffidente e benevolo dei monaci buddhisti e dei preti taoisti, l'opera
di traduzione continuò. Nacque un corpus di scritture cristiane; almeno
trentacinque testi, di cui pochi si sono conservati: Inno di invocazione e di
lode alle tre Maestà della religione della luce, Discorso del Venerabile
dell'Universo sulla pratica della carità, Libro di Gesù Messia, Libro della
misteriosa pace e della misteriosa gioia, Libro della religione della Luce
sull'origine delle origini, Inno di lode della religione della Luce al
Santissimo. Come sempre, ci fu la protezione dell'imperatore, il quale non
adottò la nuova fede; ma la protesse e la favori, perché la sapienza cinese
gli insegnava che molte strade portano verso il cielo: "Una verità alla
quale non si accede per mille strade differenti e per diecimila ragionamenti
analogici non può essere la verità". Inviò i suoi doni ai monasteri
cristiani appena costruiti: "I preziosi ornamenti erano scintillanti come
il piumaggio del martin pescatore, rilucenti come bagliori di luce rosata al
tramonto. Le iscrizioni imperiali pervadevano con il loro fulgore gli ampi
spazi, giungendo quasi a sfidare il sole". Centocinquanta anni dopo
l'arrivo di Aluoben, il 4 febbraio 781, un monaco persiano che aveva tradotto il
proprio nome in Jingjing (il "luminoso e puro"), edificò in un
monastero cristiano una stele: oggi chiamata la stele di Xi'an, era di calcare
nero: alta due metri e ottanta e larga un metro; incisa con milleottocento
caratteri cinesi e settanta parole siriache. Una croce la sormontava: ma la
crocè poggiava su una nuvola - simbolo taoista - e su un fiore di loto - segno
buddhista; come a ricordare che nella stele tre religioni si incontravano e
avvicinavano, senza perdere il loro carattere. Ora questo bellissimo testo può
essere letto per la prima volta dai lettori italiani in una eccellente edizione
a cura di Matteo Nicolini-Zani: "La via della luce, Stele di Xi'an"
(pagg. 52, lire 6.000, Testi dei Padri della Chiesa a cura del Monastero di Bose).
Nella grande stele nera, non viene mai fatto il nome di Cristo e di
Cristianesimo, sebbene compaia la parola Messia. A Jingjing ripugnava dare un
nome umano a una delle tre forme della Trinità così suprema, e alla sua fede.
Sapeva che definire la religione cristiana, come ogni religione, è impossibile:
se la definiamo, cadiamo sotto il giogo della distinzione; e il messaggio perde
la sua essenza. Qualsiasi discorso umano attorno a Dio è una fatale caduta
rispetto all'esperienza che abbiamo di lui. Così scrisse nella stele:
"Questa via vera e immutabile è trascendente e difficile da indicare con
un nome". D'accordo con i traduttori taoisti e buddhisti, adottò una
definizione limitata: "L'efficace azione della via si manifesta in modo
così luminoso che, sforzandosi di descriverla, la chiameremo con il nome di
religione della luce". Anche noi potremmo chiamarla così: il cristianesimo
non è forse una religione della luce? Lo erano anche i Misteri d'Eleusi, il
platonismo, il manicheismo e il buddhismo. Con quel nome, Jingjing chiamò la
sua religione: e alluse alle altre religioni, simili e dissimili da quella in
cui credeva. Il Dio della stele è biblico e cristiano: trascendente, senza
origini, al di qua di ogni inizio, immutabile, distinto in Tre Unità.
Probabilmente fu arduo far accettare questo concetto ai traduttori cinesi, per i
quali non esisteva alcuna differenza sostanziale: tra il Sovrano dell'Alto, il
Cielo, la Terra e i "diecimila esseri" divini che popolano il mondo;
il loro Dio non era una Persona o tre Persone, ma un potere anonimo e immanente
d'ordine, d'equilibrio e di animazione. Per un taoista, il Tao era dovunque: se
voleva vederlo, guardava con gli occhi interiori una formica, un filo d'erba; il
Tao era lì, davanti a lui, silenziosa legge regolatrice di tutte le cose,
fluido ritmo dell'universo. Invece, secondo l'Inno di lode, non possiamo vedere
Dio: "Nessun uomo è mai stato finora in grado di contemplarti, e mai
avverrà che un occhio umano veda la tua immagine". Ma quell'assenza è
onnipresenza: quella trascendenza assoluta diventa una "gioia
misteriosa", che illumina momento per momento la terra. La luce è un'onnipervadente
letizia. La creazione del mondo non ricorda in nulla le sei giornate del
racconto della Genesi: questa creazione che avviene una volta sola, dapprima con
la forza della parola, che foggia dal nulla la luce, poi con le mani del divino
artigiano, che fa il firmamento, il sole, la luna, gli animali, i volatili,
l'uomo. Nella stele di Xi'an, la creazione è continua e infinita: Dio forma e
disgrega e ritrasforma ciclicamente le cose, come avrebbe immaginato uno stoico.
La cosmogonia taoista sostituisce quella biblica. Probabilmente Jingjing pensò
(come altri) che le sei giornate della creazione non appartenevano al nucleo del
messaggio cristiano. Sorprende la chiarezza con cui viene proclamata
l'incarnazione di Cristo: un'idea centrale in Occidente, dove media tra eterno
trascendente e transitorio terreno; mentre quest'opposizione era sconosciuta ai
Cinesi, che non avevano quindi bisogno della mediazione di Cristo. La stele di
Xi'an proclama: "Il Radioso Venerabile Messia, spogliando se stesso e
celando la sua vera maestà, apparve come uomo. Un angelo portò la benedizione
a una Vergine, che diede alla luce il Santo... Aprendo la porta alle tre virtù
costanti, dischiuse la vita e abolì la morte". Così l'immagine del
Dio-uomo, tanto cara alla tradizione sirio-orientale, si affacciò per la prima
volta alla mente dei traduttori buddhisti, taoisti e a quella dell'Imperatore.
Il cuore del messaggio cristiano rimane velato dalla stele di Xi'an: la morte di
Gesù sulla croce, lo "scandalo" e la "follia" suprema. Dal
testo di Jingjing avvertiamo che egli cerca di avviare i suoi lettori verso
questo cuore: la croce è un simbolo cosmologico, che "unisce nella luce i
quattro orizzonti della terra, radunando insieme ciò che era stato
disperso". L'inno di lode e di invocazione giunge a dire che "il Re
della vita eterna, l'Agnello misericordioso e beato, per respingere con la sua
azione grande e universale il dolore del mondo, non ha rifiutato la sofferenza,
e volendo dare la sua vita in riscatto per tutti i viventi, ha preso su di sé i
loro gravi peccati". Siamo sui confini della teologia della croce. Ma della
morte di Cristo sulla croce la stele non parla mai. L'idea che una delle
Trinità venisse offesa, torturata e uccisa, non poteva essere pronunciata. Lo
scandalo era troppo grande. Da principio, nemmeno i Greci la compresero: né,
sette secoli dopo Jingjing, Matteo Ricci e i missionari gesuiti riuscirono a
proporla; per i Cinesi, un dio che soffre e muore era una pazzia inconcepibile,
degna "dei barbari d'Occidente". Non so cosa avvenne tra Jingjing e i
suoi traduttori: se essi gli imposero di cancellare dalla stele la morte di
Cristo; o se egli pensò che la "religione della luce" era così vasta
che non si poteva concentrarla nel Golgotha. Almeno in apparenza, la morale
della stele è taoista. Raccogliendo le parole dell'imperatore, Jingjing ricorda
che "la natura dell'insegnamento è non-azione misteriosa". Il Tao Tè
Ching aveva detto: "La via è costantemente inattiva, eppure non c'è
niente che non si faccia". Jingjing sapeva o immaginava che è sempre
esistita una forma di taoismo cristiano: l'anima quieta, passiva, raccolta in se
stessa, liquida come l'acqua, genera azioni innumerevoli, egualmente quiete,
come le onde del mare nascono senza posa l'una dall'altra, senza conoscere la
propria fonte. L'immobilità della mente genera un movimento infinito e
tranquillo di pensieri e di azioni. Il Cristianesimo non raccomanda il furore
dell'attività, la mania delle opere buone, come credono i tempi moderni. La
conclusione della stele di Xi'an è mirabile: "Che l'uomo persegua la più
elevata statura morale ma resti umile; che miri alla quiete ma si mantenga
sensibile agli altri; che egli cerchi, con compassione dilatata, di alleviare i
dolori altrui; e che, nella sua bontà, condivida la vita di tutti i viventi:
questa è la grande via che noi coltiviamo, questa è la graduale ascesa
attraverso cui noi ci eleviamo verso la salvezza. E inoltre che i venti e le
piogge giungano al tempo opportuno, che nel mondo regni la pace, che tra gli
uomini prevalga il diritto, che gli esseri si mantengano incorrotti, che i vivi
prosperino e i morti abbiano la gioia, che i pensieri nascano e un'eco risponda
loro, che i sentimenti sgorghino e gli sguardi siano sinceri: questi sono i
meritori effetti che la forza della nostra religione della Luce è in grado di
produrre". Questa quiete, questa compassione dilatata, questa condivisione
di tutte le vite, questo favore dei venti e delle piogge, questa gioia dei
morti, questi pensieri a cui pensieri rispondono, questa naturalezza dei
sentimenti - tutto ciò che la "religione della luce" proponeva e
compiva, non durò a lungo. Sessant'anni più tardi, tra 1'843 e 1'845,
l'imperatore Wuzong proscrisse tutte le religioni straniere: buddhisti, manichei
e cristiani. Gli adepti della "religione della luce" furono uccisi. La
stele di Xi'an venne sepolta. Riemerse dalla dimenticanza soltanto dopo otto
secoli, quando altri cristiani furono accolti in Cina.
Nota: "La via della Luce" (pagg. 52, lire 6.000) non si trova nelle librerie. Bisogna richiederlo alle Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, 13887 Magnano (Biella).