TRAGEDIE AFRICANE

RITAGLI   «Somalia,   SEGUENTE
sotto le bombe aiutiamo poveri e ammalati»

Parlano le uniche suore rimaste nel Paese: qui non c’è più niente, da 16 lunghi anni.
Suor Marzia: «Abbiamo passato tanti momenti difficili.
Nel conflitto del 1992 restammo completamente isolate,
le sole religiose, con l'eucaristia: la "Chiesa somala" eravamo noi».
Suor Maria Bernarda: «Rischiamo?
Certo, ma abbiamo già donato la nostra vita a Dio
e al popolo che amiamo.
Questa è la nostra testimonianza silenziosa, privata della parola».

Emanuela Citterio
("Avvenire", 26/4/’07)

«Immagini il niente. Poi aggiunga ancora niente. E ancora altro niente. Questa è la Somalia da sedici anni. Non ci sono più scuole, né ospedali pubblici. Non c'è giustizia, non un avvocato, non un poliziotto cui rivolgersi se ti hanno fatto un torto. Del resto, non c'è una prigione e nemmeno un vero tribunale».
Decidono di parlare,
suor Maria Feurra, 68 anni, e suor Maria Bernarda Roncacci, 59 anni. Dopo anni e anni di testimonianza silenziosa, 40 la prima, 30 la seconda. Insieme ad altre due consorelle delle "Missionarie della Consolata", suor Gianna Irene e suor Annalisa, sono le ultime religiose cristiane presenti in Somalia. Il settembre scorso suor Leonella Sgorbati, 66 anni, è stata colpita a morte da una raffica di proiettili fuori dall'ospedale "Sos Kinderdorf" di Mogadiscio, dove le religiose lavorano come volontarie.
«Con lei avevamo condiviso tutto: la vita, la preghiera, la paura e l'amore per la gente, per 16 anni», dice suor Marzia. Dopo l'uccisione di suor Leonella, le altre hanno parlato con monsignor Giorgio Bertin che, da Gibuti, è amministratore apostolico di Mogadiscio, e hanno accettato di lasciare temporaneamente la Somalia. A turno sono venute in Italia per un mese, ma hanno deciso di far base a Nairobi, in Kenya, per capire quando sarà possibile tornare. Il 24 marzo l'ospedale è stato occupato dai miliziani legati alle corti islamiche, nel contesto di aspri giorni di combattimenti con il governo di transizione somalo, appoggiato dalle truppe etiopi. Scontri che, solo negli ultimi sette giorni, hanno provocato quasi 300 vittime e migliaia di sfollati.
«A Mogadiscio, l'ospedale dell'organizzazione austriaca "Sos Kinderdorf" è l'unico che cura gratuitamente le donne e i loro bambini - dice suor Marzia - . C'è la pediatria con 96 posti letto, la ginecologia con 40 e un centro per bambini malnutriti. In tutta la Somalia non c'è un ospedale pubblico e quelli privati sono a pagamento, a Mogadiscio c'è la Croce Rossa per i feriti. Da noi arrivano emergenze a tutte le ore, anche da 700 chilometri di distanza, perché è una struttura conosciuta e di cui la gente ha fiducia. C'è anche un villaggio con circa 200 bambini orfani, in mezzo al quale c'è la nostra casa, una scuola primaria di 450 alunni e una materna con 120 bambini. Tra l'ospedale e il villaggio c'è una strada, quella in cui è stata uccisa suor Leonella».

Sapevate di essere in pericolo, quando è stata uccisa suor Leonella?

Suor Marzia: Abbiamo passato tanti momenti difficili. C'è stato un periodo in cui siamo state completamente isolate, sotto i bombardamenti del '92. Dopo giornate trascorse a lavorare con gli ammalati, durante le quali cercavi di non pensare, alla sera ci riunivamo e uscivano tutti i nostri dubbi. Non avevamo contatti con il mondo fuori dalla Somalia, né con la Chiesa né con il nostro istituto. A volte ci siamo chieste se eravamo ancora sane di mente a restare lì. Non avevamo conferme che quello che stavamo facendo era giusto. Eravamo le uniche religiose rimaste, con l'eucarestia: la "Chiesa della Somalia" eravamo solo noi. Ci conosciamo da trent'anni, viviamo insieme, eppure alla sera resteremmo delle ore a parlare, a scambiarci quello che è successo durante la giornata. Ci è capitato spesso di confrontarci sulla nostra scelta. «Io non me la sento di abbandonarli», comincia a dire una. «Io non me la sento», dice un'altra, e ad una ad una ci uniamo nella decisione di restare. È successo così anche nei giorni che hanno preceduto la morte di suor Leonella. In quel periodo non avevamo avuto segnali di pericolo.

Come hanno reagito i somali fra cui lavorate?

Suor Marzia: Lo spazio di fronte all'ospedale si è riempito di gente, tutti in piedi con gli occhi bassi, in assoluto silenzio, c'era solo una sofferenza palpabile, molti pregavano. Gli studenti del corso infermieri di suor Leonella in pochissimo tempo hanno raccolto molte sacche di sangue per le trasfusioni. Non c'è stato nulla da fare, le ho tenuto la mano e ho raccolto le sue ultime parole: «Perdono, perdono, perdono». Anche a mesi di distanza, quando a Nairobi incontriamo dei somali, la prima cosa che fanno è chiedere scusa per ciò che è successo. Sono frange estremiste a compiere queste azioni. Nella gente comune abbiamo incontrato solo un grande dolore. Non è un problema di Islam: ci sono quelli con cui puoi parlare e i fanatici per cui puoi solo pregare, come accade fra i cristiani.

Nel '72 il regime di Siad Barre ha confiscato tutte le proprietà della chiesa, nell'89 è stato ucciso il vescovo monsignor Salvatore Colombo. Come mai siete le uniche religiose rimaste?

Suor Marzia: Era impossibile operare. Nel '90 noi eravamo 44 suore della "Consolata", tutte a Mogadiscio. Ci siamo rese conto che la situazione non si sarebbe risolta a breve e così durante la guerra ci siamo fermate solo in tre, con i medici senza frontiere che ci avevano assicurato che se ci fossimo trovate in difficoltà ci avrebbero evacuato. Così è stato, ma un mese dopo siamo ritornate con l'"ong" austriaca "Sos Kinderdorf" e siamo rimaste fino a oggi. Non evangelizziamo nessuno. Ma vede, è interessante: ci è capitato di dover uscire dalla Somalia per brevi periodi e ogni volta quando torniamo le persone tra cui lavoriamo, tutte musulmane, ringraziano Dio. Ci dicono: «Se non ci hanno ancora portato via le suore vuol dire che Dio è ancora con noi».
Suor Maria Bernarda: I somali tra cui lavoriamo ci insegnano ad affidarci a Dio prima in iniziare un'attività. Anche ora che siamo lontane, dalla Somalia ci chiedono di pregare. Non si chiedono come preghiamo noi, o come pregano loro, se c'è differenza. La gente non si pone questi problemi. C'è rispetto reciproco.

Come ha vissuto la popolazione durante questi anni di anarchia?

Suor Maria Bernarda: Nella provvisorietà. Prima del '91 c'era un po' di libertà, con scuole e ospedali del governo che funzionavano, c'era l'università. In molti lavoravano: c'erano aziende, le istituzioni pubbliche, i ministeri, ora non c'è nemmeno la posta.
Suor Marzia: La corrispondenza ci arriva a Nairobi, andiamo a ritirarla quando capita a una di noi di andare in Kenya. Il Paese è tornato indietro di decenni. La popolazione vive solo di piccolo commercio informale, la giustizia è amministrata dai "clan" o dai tribunali islamici. Non c'è un'istruzione pubblica, sono rimaste solo le scuole coraniche e quelle private che costano molto. Ci sono famiglie che si mettono insieme per pagare un maestro. Nell'ultimo anno c'è stata una grossa carestia, e poi le alluvioni. Un conto sono i documentari sulla siccità in televisione, ma quando vedi la fame camminare davanti a te, quando hai di fronte una donna che ti dice: «Non ho da mangiare» è un'altra cosa. All'ospedale arrivano bambini di un anno che pesano quattro chili e ti chiedi come è possibile che siano ancora vivi. Li dividiamo in tre gruppi, secondo le cure di cui hanno bisogno, e continuiamo a seguirli con le medicine e il cibo per sei mesi quando sono stati dimessi. Facciamo il possibile, ma le emergenze sono troppe.

Dopo la morte di suor Leonella è ancora più chiaro che rischiate la vita. Perché volete tornare in Somalia?

Suor Maria Bernarda: Ma noi abbiamo già donato la nostra vita. Lo abbiamo fatto quando abbiamo deciso di essere missionarie, abbiamo dato la nostra vita a Dio e al popolo fra cui ci troviamo e che amiamo. Questa è la nostra testimonianza. Gli altri missionari, per testimoniare Cristo, hanno la vita e la parola. Noi non abbiamo la parola, solo la vita. È solo quello che facciamo, la nostra capacità o meno di amare le persone che incontriamo a diventare la nostra testimonianza.

In Somalia sono stati uccisi laici e religiosi: da monsignor Colombo, alla dottoressa della "Caritas" Graziella Fumagalli, all'ultima laica cristiana ancora presente nel 2003, Annalena Tonelli. Non avete paura?

Suor Marzia: Non siamo incoscienti. La senti, la vivi, la paura. Ma la vinci se hai motivazioni più forti. Fino a poco tempo fa vivevamo in un prefabbricato. Una volta, nel '91, hanno cominciato a bombardare alle due del mattino fino alle cinque. Ci siamo accovacciate nel corridoio, vicine le une alle altre. Un proiettile ha attraversato tutte le stanze, perforando cinque pareti. A un tratto è entrata una bomba, abbiamo sentito una forte esplosione in una delle stanze. C'era un armadio molto pesante contro il quale la bomba ha esaurito la sua spinta, altrimenti saremmo morte tutte. Ma nemmeno allora ci è venuta voglia di lasciare la Somalia.
Suor Maria Bernarda: Quella notte abbiamo ricevuto l'eucarestia. «Se dobbiamo morire almeno moriamo dopo aver ricevuto il Signore», ci siamo dette. Ma in quel momento, anche se la morte era vicina, c'era una parte di me che sussurrava: «C'è ancora speranza di tanta vita, ancora da vivere».