LA TESTIMONE

RITAGLI     «Con quei popoli una vita in "pienezza"»     MISSIONE AMICIZIA

Il racconto di Suor Luigina, "Missionaria Comboniana":
«Hanno arricchito la mia fede».

Sr. Luigina Coccia, "Missionaria Comboniana"
("Avvenire", 14/11/’08)

Avevo 24 anni, quando forse per la prima volta sono riuscita a dare un nome a quel desiderio profondo che nutrivo per la mia vita: "consacrare" la mia vita per la Missione, per Dio e per quella parte di umanità forse a me più lontana per realtà e perché no, anche "geograficamente".
Il mio desiderio era quello di cercare un modo di vivere la mia vita in "pienezza", che mi rendesse felice e che mi offrisse la possibilità di poter dire alla fine dei miei giorni: davvero ne è valsa la pena!
Decisivo è stato per me l’incontro con una "guida spirituale", un Sacerdote che contemporaneamente guidava il "Centro Missionario Diocesano". È stato nel seno della mia Diocesi che ho scoperto e approfondito la "missionarietà" della Chiesa e di ogni singolo
"battezzato". Oggi sono molto felice di questa strada intrapresa quasi 17 anni fa (durante i quali ho passato tre anni in
Camerun e sei nella "Repubblica Democratica del Congo"), non rimpiango nulla, anche se di "tagli" ne ho dovuti fare per poterla perseguire fino a quest’oggi. I popoli incontrati e con i quali ho condiviso la mia fede e la mia ricchezza umana mi hanno rivelato un "Volto" di Dio ancora più bello di quello che "contemplavo" prima di partire. La prima idea da abbandonare è stata quella di concepire la Missione come un "fare per loro", per passare a un "vivere con loro". Lasciandomi istruire giorno dopo giorno dalla gente. Qui ciò che mi ha aiutata è stato lasciarmi conquistare dalla gente, sentire di voler loro bene e quindi riconoscere che sono i veri "protagonisti" della loro vita.
Oggi sicuramente è ancora forte la convinzione che la Missione riguardi ancora solo i Preti e i "religiosi", oppure "Missione uguale poveri", aiuti materiali da inviare nel "Terzo Mondo". La Missione vista molto come qualcosa da "dare" o da "fare" e poco ancora come una donazione di se stessi, come incontro, come relazione che cambia la vita di chi va e di chi l’accoglie, quando questa è vissuta seguendo le "orme" di Gesù Cristo.
Anche noi Missionari abbiamo il dovere di aiutare le nostre Chiese a rivedere in questo senso l’"ideale missionario".