Importante
discorso di Benedetto XVI sul genoma
Roberto Colombo
Dopo due millenni di cristianesimo, venti secoli di
annuncio ininterrotto e instancabile del Vangelo, «nelle popolazioni di lunga
tradizione cristiana – l’Occidente e una parte dell’Oriente ne sono ricche
– rimangono presenti semi di umanesimo non raggiunti dalle dispute della
filosofia nichilista». È, questa, una ragionevole speranza, cioè una certezza
per il futuro che si fonda su una realtà presente (così direbbe san Tommaso d’Aquino),
che Benedetto XVI
ci sta ripetendo con amabile insistenza da quando è diventato
il successore di Pietro. Una speranza le cui soglie, nel terzo millennio, ci
aveva invitato a varcare Giovanni Paolo II. E i «semi di umanesimo» – l’immagine
evangelica è suggestiva e teologicamente rigorosa, perché Cristo è germe di
vita nuova per tutti, pienezza di umanità – non rubati al cuore dell’uomo
dal "nichilismo gaio" lungo la strada della storia della modernità
(lo aveva lucidamente definito in questi termini Augusto del Noce) «tendono, in
realtà, a rafforzarsi quanto più gravi diventano le sfide».
Parlando così, ieri, ai medici, ai biologi e ai filosofi convenuti in Vaticano,
il Papa ha ricordato nuovamente la inestirpabile radice cristiana della nostra
civiltà: «Anche uomini che non si riconoscono più come membri della Chiesa o
che hanno perduto addirittura la luce della fede restano comunque attenti ai
valori umani e ai contributi positivi che il Vangelo può apportare al bene
personale e sociale». Così, di fronte alle sfide della "nuova
eugenetica", erede di «vicende terribili che hanno funestato il ventesimo
secolo e l’inizio stesso dell’attuale», siamo tutti «in grado di ben
comprendere come la dignità dell’uomo non si identifichi con i geni del suo
Dna e non diminuisca per l’eventuale presenza di diversità fisiche o di
difetti genetici». L’invito è a guardarci «dai rischi di una scienza e di
una tecnologia che si pretendano completamente autonome nei confronti delle
norme morali inscritte nella natura stessa dell’essere umano», dai «falsi
valori» o dalle «informazioni deviate» che talora rischiano di disorientare i
cittadini «chiamati ad esprimere il loro pensiero» su «problemi
scientificamente qualificati e difficili».
La vita e la dignità dell’uomo, di tutto l’uomo e di ogni uomo, sta a cuore
alla Chiesa, che impara ogni giorno dal suo Signore ad essere "amante della
vita" e a "prendersi cura" soprattutto dei più piccoli e deboli
tra gli uomini. La scienza nasce dallo stupore (thaumàzein, lo chiama
Aristotele) verso tutta la realtà, ma anzitutto verso quella dell’uomo, il
più perfetto tra le creature viventi perché in esso «risplende un riflesso
della stessa realtà di Dio» (Giovanni Paolo II). È questa la vera dignità
dell’uomo, in qualunque stagione della sua vita. La stessa «analisi serena
dei dati scientifici, peraltro – ha affermato Benedetto XVI – porta a
riconoscere la presenza di tale dignità in ogni fase della vita umana, a
cominciare dal primo momento della fecondazione».
Questa elementare ma decisiva verità sull’uomo, che la Chiesa annuncia «non
soltanto con l’autorità del Vangelo, ma anche con la forza derivante dalla
ragione», come ogni verità «non può che giovare ai singoli e alla
società». Se si alimenta l’albero della propria vita e della società con la
menzogna e l’inganno, la pianta presto o tardi inaridisce. Ma resta un seme,
quel seme di umanità che duemila anni fa il Figlio di Dio ha portato sulla
terra e che, da allora, la Chiesa ha seminato nel mondo, certezza di un nuovo
umanesimo di tutto l’uomo e di ogni uomo.