La risposta a una domanda nel cuore di ogni uomo

RITAGLI    La Pasqua non faccia paura.    DOCUMENTI
Un patrimonio di tutti

Roberto Colombo
("Avvenire", 23/3/’08)

In tempi nei quali si guarda con "sospetto" a tutto ciò che è "globale", senza confini o limiti di popoli e di nazioni, che circola liberamente nel mondo e sembra sconvolgere i precari "equilibri" politici ed economici costruiti da decenni, la parola "universale" non gode certo di buona fama. Altri termini sembrano oggi assai più popolari: quelli che esaltano le differenze e insegnano ad avere paura di chi non è dei nostri e di ciò che non nasce da noi. Eppure, ripartendo dalle "ceneri" dell’ultimo tragico conflitto mondiale, la "comunità internazionale" volle darsi come "magna charta" proprio una "dichiarazione universale" sulla "dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana", quale "fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo" ("Onu", 1948). La consapevolezza che "ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide" (Giovanni XXIII) ha sempre misurato la "statura" dell’uomo che non si ripiega a fissare il proprio "ombelico", ma spalanca l’orizzonte dello sguardo e della ragione per abbracciare tutto ciò che di vero, di bello e di bene la terra ospita e il cielo lascia "intravedere".
Lo smarrimento di questo sguardo non "miope" e di questa ragione non "calcolatrice" chiude la porta ad ogni autentica novità che possa "irrompere" nella storia personale e sociale come "sorgente" vivace di speranza per tutti Così l’uomo costruisce e difende novità "effimere" di cui si fa "paladino" per sé e per la propria parte e non accoglie con simpatia quella novità "imperitura" che non può costruirsi da solo, ma è il dono imprevedibile di un amico: così Gesù "chiama ognuno di noi"
– ha ricordato Benedetto XVI al "Colosseo" – "perché è amico vero di tutti noi". Nella amicizia di Cristo Dio ha riconciliato l’umanità intera, sconfiggendo ogni "inimicizia" nella sua radice. Non ha reso la costruzione della civiltà e della società un compito "politico" più facile, ma più semplice. La semplicità sgorga dall’umile certezza di non avere certezze umane: "Permettiamo a Lui di porre in crisi le nostre umane certezze", ha proseguito il Papa. Credenti e no, nulla abbiamo da perdere dalla Pasqua di Cristo, nulla da temere o di cui essere "sospettosi" e "guardinghi": "La croce, sorgente di vita, è scuola di giustizia e di pace, è patrimonio universale di perdono e di misericordia".
Il grande "patrimonio" dell’umanità non consiste in scenari incantevoli di qualche parte del mondo o in opere costruite dall’ingegno e dalla mano dell’uomo: è una "Presenza" originale ed eccezionale che si è fatta amica di ogni uomo "per affrancare l’umanità intera dall’ignoranza di Dio, dal cerchio di odio e di violenza, dalla schiavitù del peccato". Una "Presenza" amica che è per tutti e che nessuno può rivendicare solo per sé, ma solo "additare" a quanti sono "spesso distratti da dispersivi ed effimeri interessi".
Un dono da offrire perché si riaccenda la speranza "vivace": senza Cristo tutto è perduto, in Lui nulla è impossibile. Per questo la libertà – e, in particolare, quella religiosa – è il bene più prezioso della persona e dei popoli, e la "garanzia" di spazi civili adeguati per una educazione "integrale" a questa libertà è l’urgenza cui non possono sottrarsi i governanti di ogni Paese.
Celebrare la Pasqua è un avvenimento per tutti, non solo per i cristiani. È la risposta alla domanda che "alberga" nel cuore di ogni donna e di ogni uomo, per lo più "inespressa". Quasi taciuta, "impercettibile" ma decisiva. È veramente possibile vivere nella pace, nella gioia, nell’amore? Si può vivere così? Una domanda umanissima, "laica" e "cristiana" al tempo stesso, che non divide le persone e la società ma le unisce nella ricerca del "bene" comune a tutti e a ciascuno. La risposta della Pasqua è nelle parole dei "discepoli di Emmaus": "Mane nobiscum, Domine!". La Speranza è in mezzo a noi. "O Cristo, donaci la pace che cerchiamo, la gioia cui aneliamo, l’amore che colmi il nostro cuore assetato di infinito" (Benedetto XVI).