L’alimentazione non è terapia

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Roberto Colombo
("Avvenire", 10/7/’08)

La drammaticità della vita umana appare in tutta la sua incalzante urgenza e nel suo insopprimibile interrogativo quando la malattia e la sofferenza ci colpiscono. Ancor più se esse durano nel tempo e non si aprono "punti di fuga", almeno a vista d’uomo.
Della malattia e della sofferenza si dovrebbe parlare in prima persona (alcuni lo hanno fatto, altri non ne hanno avuto modo), perché solo l’esperienza rende più evidente la realtà e lucido il giudizio della ragione. Se la sua situazione fosse rimasta nel dovuto riserbo – protetta come si doveva da "ingerenze" giornalistiche, giuridiche e politiche – di
Eluana non avremmo voluto scrivere, tanto distante è l’esperienza che ci separa da lei e dai suoi familiari. Ma così non è stato. Il suo è diventato un caso pubblico, caricato di valenze e "allusioni" emotive, simboliche, "giurisprudenziali" e amministrative, e, dunque, non può restare senza una valutazione clinica, "deontologica" ed etica, senza una riflessione culturale e sociale. In punta di piedi, bisbigliando – come quando si entra nella stanza di chi sta male – dobbiamo quindi parlare, col massimo rispetto, o meglio, con grande amore verso di lei.
Anzitutto la realtà "clinica": Eluana non è morta (né dal punto di vista cardiocircolatorio e polmonare, né sotto il profilo cerebrale) e neppure sta per morire (non è un "malato" con prognosi terminale). La condizione di «stato vegetativo persistente» in cui versa da anni non è clinicamente identificabile con uno stato di «coma irreversibile» dal quale si differenzia, tra l’altro, per la possibilità (non escludibile) di un risveglio, spontaneo o stimolato, e la presenza di una importante attività elettrica cerebrale e di movimenti di apertura degli occhi, stimolati e non. Anche il "senso comune" (per non dire dello sguardo "clinico") apprezzano queste differenze obiettive.
Inoltre, la paziente non subisce nessun tipo di trattamento che possa ricadere nella fattispecie dell’«accanimento terapeutico»: al contrario, essa viene curata amorevolmente dal personale medico e infermieristico che la assiste e le assicura l’idratazione, l’alimentazione, il ricambio, la mobilizzazione ed altre cure nella forma che corrisponde ai suoi bisogni fisiologici essenziali. Perché privarla di tutto questo per porre fine ai suoi giorni? Come il medico e l’infermiere potrebbero "abdicare" – seppure in ottemperanza ad una "sentenza" – alla propria scienza e coscienza, le cui evidenze mostrano ragionevolmente che attuare quanto previsto dalla "Corte" significa condannare a morte certa questa giovane donna?
Da oltre due millenni e mezzo, la medicina è nata e si è sviluppata in Occidente per curare ogni paziente in qualunque circostanza fisica o morale si trovi; solo in epoca recente, e oggi sempre più e meglio, anche per restituirgli la salute e salvargli la vita. I medici non sono chiamati né a provocare né ad accelerare il processo della morte. Chi può arrogarsi il diritto di infrangere la dignità e la "deontologia" che hanno fatto di questa professione un valore imprescindibile per la nostra società e un sicuro strumento di miglioramento della vita personale dei cittadini? I giudici hanno considerato l’idratazione e l’alimentazione fornite a Eluana come "atti medici", al pari di terapie che possono essere intraprese o sospese in ogni momento, sulla base della considerazione della loro efficacia o "futilità" clinica. Occorre invece sciogliere l’equivoco: anche se posti in essere da personale qualificato come sanitario, la natura di sostegno vitale essenziale per l’esistenza del soggetto non muta. Come ha ricordato lo scorso anno la "Congregazione per la Dottrina della Fede", «la somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente». E nel caso di Eluana, esse continuano a risultare di provata utilità nel sostenere la fisiologia del suo organismo e consentire la vita della persona.
In questa delicata materia il "foro giudiziale" non appare essere la sede più appropriata per decisioni che, nella lunga storia della cura dell’uomo, hanno trovato nell’alleanza terapeutica tra paziente, congiunti e medico un luogo appropriato e ragionevole di composizione dei diritti e dei doveri, tra i quali figura – secondo il detto "evangelico" – quello di «dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati».