Le parole di Benedetto XVI contro l’"eutanasia"

RITAGLI     Un "sussulto" di umanità     DOCUMENTI
di fronte alla sofferenza

Roberto Colombo
("Avvenire", 3/2/’09)

Condivise o rifiutate che siano, le affermazioni della "Chiesa Cattolica" (e degli studiosi che ne approfondiscono le ragioni) in merito alla sospensione delle "cure fisiologiche" ai pazienti in "stato vegetativo persistente", al cosiddetto "testamento biologico" e al "suicidio medicalmente assistito" hanno un pregio che anche i loro più strenui "oppositori" non faticano a riconoscere sinceramente: la coerenza interna e la trasparenza del pensiero. Le si può attaccare dall’esterno – e a qualcuno il gioco riesce anche – ma non si trova un punto di fragilità nell’architettura "magisteriale" che la faccia precipitare in caduta libera, per la forza di gravità dell’"incoerenza logica". Le riflessioni dei cattolici possono apparire ripetitive, troppo tenaci nelle precisazioni e nelle "argomentazioni", ma a guadagno di un pensiero limpido che non nasconde la propria identità e originalità dietro le pieghe di presupposti e accezioni a "geometria" variabile, un vezzo cui ci sta abituando larga parte della cultura e della politica dominante. Il coraggio di non "abdicare" alla «coscienza di verità» (l’espressione è di Giovanni Paolo II, a Loreto) che abita in chi è buono e retto di cuore, di non tradire quel nucleo "incandescente" di poche ma fondamentali certezze che la ragione esige e l’esperienza rende più incisivamente evidenti, sembra oggi non essere più una virtù per tutti, ma solo una scelta di pochi irrisa da molti. L’amore alla verità, in ogni sua declinazione "ontologica" e morale, non può essere disgiunto da quello a Cristo e al "popolo" di Cristo, la Chiesa.
Accennando al "Messaggio" dei Vescovi Italiani in occasione della
"Giornata per la Vita", Benedetto XVI ha sottolineato Domenica come in esso «si avverte l’amore dei "pastori" per la gente, e il coraggio di annunciare la verità, il coraggio di dire con chiarezza, ad esempio, che l’"eutanasia" è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo». Di fronte all’ineludibile "drammaticità" della vita (essa è sempre, in sé, un "dramma", anche nelle circostanze più liete), le soluzioni che appaiono più immediate e facili spesso tradiscono la vita stessa e le sue evidenze ed esigenze più elementari.
Sono esiti falsi, perché non rispondono alla domanda che li ha provocati, ma la soffocano, fino a privarla del soggetto stesso che la pone. La sofferenza non chiede di cancellare il "sofferente", di annientare la vita, ma domanda con insistenza: "Perché?" ( o, più precisamente, "per chi?"). Una domanda, questa, per la quale la verità della risposta cercata (anche se non sempre trovata) non può essere disgiunta dall’amore verso chi, soffrendo, sente "lancinante" in sé il tormento – non "futile" – di questo interrogativo. «La vera risposta non può essere, infatti, dare la morte, per quanto "dolce", ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano». Al di là degli orizzonti, talvolta un po’ "angusti" anche se socialmente necessari, offerti dalle soluzioni "medico-deontologiche" e "giuridiche" per la tutela della vita e della dignità del "malato inguaribile", come non riconoscere in queste parole del Papa un "sussulto" di umanità, una comprensione più profonda e originaria della realtà della sofferenza e del bisogno del "sofferente"? Nulla va perduto dell’uomo, nulla è inutile nella vita quando essa è vissuta nella "coscienza di verità" che la illumina e ne lascia trasparire – pur velandolo – il "Mistero". Neanche la sofferenza fisica o morale. «Siamone certi – ha aggiunto Benedetto XVI – : nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio».
L’"eutanasia" e l’abbandono dei malati negano questa evidenza ed esigenza di verità della vita: l’accoglienza di chi soffre non cancella il suo dolore, ma ne riconosce il valore e il destino buono, che Dio ci ha svelato nella "Croce" di suo Figlio.