TROPPA IN GIRO

RITAGLI   SCOPERCHIATA LA CULTURA DI MORTE   DOCUMENTI

Roberto Colombo
("Avvenire", 5/1/’07)

Mentre alle Nazioni unite si prospetta l'apertura di una discussione sulla pena di morte, a Baghdad viene "preparata" un'altra esecuzione capitale, quella di due gerarchi del regime di Saddam. Il popolo iracheno, o almeno la parte di cui è espressione il potere giudiziale, sembra non poter fare a meno della morte per ricominciare a vivere dopo la tragedia della dittatura e della guerra. Sotto il segno della "cultura della morte" - che, come scrisse Giovanni Paolo II, arriva «sino ad intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati» - il diritto e la politica non sono più al servizio della vita dell'uomo, ma accade l'opposto: la vita umana diviene strumentale rispetto alla "giustizia", all' "ordine pubblico" o alla "ricostruzione della nazione". Sistemi di governo del passato e del presente ne sono un'amara esemplificazione. Un capovolgimento che è reso possibile dall'oblio della ragione di bene che la nostra vita porta sempre con sé, anche quando è sfigurata dalla malattia e dalla sofferenza o si è macchiata di orrendi delitti, di crimini umanamente irreparabili.
La vita dell'uomo è e resta un bene fondamentale, in qualunque circostanza fisica o morale egli si trovi. A questa evidenza della ragione la rivelazione cristiana apporta un contributo originale per la rinascita di una "cultura della vita" anche laddove la fatica del vivere personale o sociale, oppure la cecità dell'odio individuale e collettivo, sembrano dischiudere le porte a una concezione autoreferenziale di giustizia, sia essa fatta dal singolo o dallo Stato, in cui i conti devono tornare a ogni costo, anche quello della stessa vita dell'uomo. Il cuore del cristianesimo è un avvenimento di vita per tutti gli uomini che la Chiesa celebra da due millenni nel ciclo delle festività natalizie, un avvenimento «che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI).
Con la nascita del Verbo incarnato si manifesta visibilmente agli uomini una possibilità inedita e imprevedibile: concepire la propria esistenza e quella di tutti come riscattata dal male, abbracciata da una misericordia più grande di ogni errore e orrore, e consegnata a una solidarietà fraterna dalle radici profonde, inestirpabili, che affondano nella comune paternità divina e che nessuna divisione interpersonale, separazione geopolitica o violenza sanguinaria potrà cancellare. Neppure il sangue dei bambini innocenti fatti trucidare da Erode o quello degli innumerevoli martiri venuti dopo santo Stefano hanno interrotto la vocazione universale al perdono che è entrata nel mondo attraverso il grembo della Madonna e si è consacrata sulla croce. Il dono di Dio all'uomo, la sua stessa vita, diventa sorgente di perdono, dono di sé all'altro perché possa rifiorire la vita anche laddove sembra ormai spezzato ogni filo di speranza nella rappacificazione con se stessi o con gli altri.
«Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono», hanno ripetuto
Benedetto XVI e il suo venerato predecessore. Con il perdono la giustizia non perde la sua forza, ma acquista quel volto umano che la rende persuasiva del bene e dissuasiva del male, nella certezza che la vita dell'uomo può ricominciare in ogni momento a sperare in una nuova "epifania" che veda realizzata la profezia del salmista: «Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno; la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 84, 11-12).