Libertà di parola e vera democrazia

RITAGLI   La Chiesa non impone.   DOCUMENTI
Se insiste è per convincere

Roberto Colombo
("Avvenire", 3/2/’07)

In una società democratica, l'«autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - "ma non da quella morale" - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto». Con queste parole, cinque anni fa una nota della Congregazione per la dottrina della fede ha espresso la necessità di non confondere "ciò che è di Cesare" e "ciò che è di Dio" che era stata sancita dal Concilio Vaticano II nella "Gaudium et spes" e più volte richiamata da Giovanni Paolo II. Si tenga «in debito conto - scriveva Karol Wojtyla nel 1991 - la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica».
Recentemente,
Benedetto XVI è stato ancora più esplicito: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile». Stiano dunque tranquilli i difensori della laicità democratica: i cristiani «partecipano alla vita pubblica come cittadini» (lo affermava già uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli nella "Lettera a Diogneto") e, proprio in quanto tali, hanno tutti e solo i diritti che sono riconosciuti ai cittadini dalla carta costituzionale. È la medesima Chiesa, in ogni sua autorevole voce, a ribadire questo caposaldo della democrazia civile.
Nello stesso tempo, la laicità democratica non deve essere confusa con il laicismo intollerante, che - ben oltre la distinzione tra Stato e Chiesa, tra azione politica e magistero ecclesiale - vorrebbe escludere di fatto, se non addirittura di principio, ogni contributo alla riflessione politica e alle scelte normative della vita sociale che provenga da un esercizio della ragione illuminata dalla fede e da una esperienza di umanità corroborata dalla grazia di Dio, che si esprime nella testimonianza del popolo dei credenti e alimenta la voce del Papa e dei vescovi.
Se la promozione integrale della persona ed il bene comune, quello della società civile, sono lo scopo e la misura di ogni azione politica cui tutti sono chiamati a concorrere, appare evidente la natura etica di ogni scelta legislativa e di ogni atto normativo. «In questo punto - scrive
Benedetto XVI nella sua prima enciclica - politica e fede si toccano». La Chiesa non «vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato». Un contributo che non può essere censurato politicamente senza ferire la natura stessa della democrazia, che è quella di strumento per la ricerca e l'edificazione del bene comune.
Qualora si configuri come un'eccezione (e non come un'estensione) del diritto ordinario, la regolamentazione dei rapporti giuridici tra soggetti che convivono non costituisce una semplice normazione tecnico-giuridica richiesta per la salvaguardia pratica dei loro diritti civili, "neutrale" rispetto al fondamentale ruolo sociale della relazione sessuale uomo-donna e del matrimonio. Il riconoscimento giuridico non è separabile dal riconoscimento sociale e quest'ultimo dal valore di bene per la persona e per la comunità. L'equiparazione o il parallelismo delle unioni tra persone di sesso diverso o uguale con il matrimonio civile, anche solo sul piano di alcuni diritti non sanciti per i rapporti ordinari tra le persone fisiche, ha implicazioni etiche e sociali tali da non lasciare indifferenti coloro hanno a cuore il bene del popolo italiano nelle sua radice più decisiva e profonda che è la famiglia. Tra di essi vi è da sempre la Chiesa: marginalizzare il suo contributo non potrebbe certo giovare al futuro del nostro Paese. Anzi, insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà da cui nasce il nostro ordinamento sociale e giuridico.