Il destino dei cittadini credenti

RITAGLI   Siamo in due città,   DIARIO
abbiamo la stessa coscienza

Roberto Colombo
("Avvenire", 23/2/’07)

La reazione sollevata con diverso accento e tenore, "ad intra" e "ad extra", contro gli interventi pubblici dei vescovi a proposito del disegno di legge sulle "convivenze affettive" eterosessuali e omosessuali non ha fatto emergere - come alcuni commentatori si sono affrettati a dire - una "divisione politica" tra i credenti (non è, questa, una novità storica del nostro Paese), ma l'incomprensione delle ragioni della Chiesa da parte di alcuni laici e anche di taluni cattolici. E questo è assai più doloroso da riconoscere e faticoso da affrontare con serenità d'animo e la necessaria determinazione. Il caso è serio, perchè non è solo questione di comunicazione (far sentire in modo chiaro e persuasivo un messaggio diretto a tutti), ma anzitutto di educazione, ossia di introduzione ad una concezione della vita e della fede, e del rapporto inscindibile tra fede cristiana e vita - privata e pubblica - dei cristiani, in cui la Chiesa trova ultimamente la sua ragione d'essere e di servire gli uomini e la società. Una concezione che può essere accolta o rifiutata, ma non ignorata, censurata o emarginata. Per condividere o dissentire rispetto ad un giudizio su una questione civile che si confronta con il significato dell'essere uomo e donna, dell'amore, dei figli e della società occorre comprendere le radici culturali e giuridiche da cui prende le mosse tale giudizio, immedesimarsi almeno "tentativamente" con esse, e paragonarle lealmente con quel complesso di evidenze ed esigenze che costituisce il nostro cuore. Senza questo paragone "spregiudicato", ossia ragionevole e libero, ogni presa di posizione, favorevole e contraria, di fronte alla valutazione espressa dal Papa e dai vescovi finisce per essere emotiva, ideologica o strumentale. La "maturità" del cristiano e del laico proprio in questo consiste: un rapporto schietto, trasparente con la tradizione da cui nasce un popolo, quello cristiano e quello italiano, che impegni la ragione e la libertà in un confronto con il proprio "io", con la coscienza di sé ed il desiderio di verità e di bene, personale e comune, che alberga in noi. In questo senso, la nota dell'episcopato italiano che è stata preannunciata sarà "impegnativa" per tutti: ci chiederà l'impegno ad un paragone leale con lo sguardo umano e cristiano al ruolo fondamentale dell'amore uomo-donna, della procreazione e del matrimonio che proviene dall'esperienza della civiltà occidentale e della Chiesa, esperienza di bene che si è espressa anche in forme giuridiche di tutela e promozione della famiglia nella società civile. La questione della vita, della famiglia e della loro difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. «Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità». Il fatto che la verità sull'amore umano sia insegnata anche dalla Chiesa non sminuisce la "legittimità civile" e la "laicità" dell'impegno politico di coloro che in essa si riconoscono. La fedeltà alla vita della "città di Dio" non impedisce la leale partecipazione alla costruzione della "città degli uomini", ma pone un'esigenza di unicità e unità della coscienza dei credenti: «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta "spirituale", con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall'altra, la vita cosiddetta "secolare", ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell'impegno politico e della cultura» (Giovanni Paolo II). Un'esigenza che, in chiunque e in qualunque circostanza si manifesti, è degna di rispetto e di onore.