Il discorso del Papa a raffronto con una realtà fredda

RITAGLI   Un'Europa non cervellotica   DOCUMENTI
ma viva e vitale tra la gente

Roberto Colombo
("Avvenire", 28/3/’07)

A cinquantanni dal trattato di Roma, l'Unione europea guarda al futuro. Ed è bene che sia così. Le ricorrenze solo celebrative non aiutano né i padri né i figli: chi è stato protagonista rischia di vivere di vanagloria o di nostalgia e chi è venuto dopo si sente estraneo, spettatore distratto di un gioco della storia che non gli appartiene.
Ma si può "guardare avanti" (l'espressione è del presidente Prodi) solo se c'è una speranza, una ragionevole speranza per la vita: la nostra e quella di chi abiterà questo continente dopo di noi. La speranza è una certezza per il domani che ha il suo fondamento in una realtà presente, che già esiste, afferma San Tommaso d'Aquino. Sulle idee si costruisce solo teoria. E l'Europa delle teorie economiche, sociali e politiche non interessa che a pochi, un' "elite" intellettuale. Ancor meno appassiona i giovani che queste teorie hanno solo studiato a scuola o appreso dai dibattiti pubblici. L'Europa non è un concetto "geopolitico" da infondere nella mente dei suoi cittadini, ma è la loro vita, quella delle persone e dei popoli cui appartengono. Una vita che nasce da una storia e si confronta ogni giorno e in ogni luogo con un'incancellabile tradizione culturale, religiosa e sociale. Senza radici storiche non c'è vita concreta, individuale e sociale. Nessuna teoria della persona e della società può sostituirsi ad esse, far vivere l'uomo, le famiglie e i popoli.
Il consolidamento e l'allargamento dell'Unione delle nazioni europee non può passare accanto a (o sopra) i popoli europei, secondo una strategia costruita ai tavoli politici, equilibri "funambolistici" che corrono così in alto da perdere di vista la terra su cui si muovono i nostri passi. Ma quando si sentono dimenticati o incompresi nella loro identità più profonda, nelle evidenze ed esigenze elementari che costituiscono il loro cuore, nelle domande e nei desideri che la ragione attesta, prima o dopo le persone reagiscono. Il popolo si ribella. Così, in occasione di consultazioni popolari, non sono mancati in alcuni Stati evidenti segnali di reazioni "anticomunitarie". L'Europa è chiamata a comporre la pluralità delle sue identità nazionali, ma attraverso (e non a prescindere da) l'unità delle sue radici: si comprende la diversità a partire dall'unità, non viceversa.
Benedetto XVI coltiva lucidamente una concezione reale dell'uomo, della società e del compito della politica europea. La società reale è quella che c'è, non quella che alcuni intellettuali o statisti vorrebbero che fosse. Ed esiste solo ciò che ha una storia, una radice, un'identità. L'uomo non si improvvisa né si costruisce da sé, ma si scopre come portatore di un'eredità, una tradizione che ha ricevuto e con cui deve confrontarsi per non perdere il proprio volto. Un'Europa che vuole tagliare i ponti con la propria tradizione cristiana, ha ricordato il Santo Padre, mentre si allontana da Dio rinnega se stessa (una singolare "autoapostasia"), non si alimenta più alle sorgenti del suo esserci. Questa "anoressia" culturale e religiosa è il male profondo di cui soffre e che le impedisce di guardare a ciò che unisce come l'unica risorsa per non arrendersi di fronte a ciò che divide, per costruire una dimora per tutti.
«Non si edifica un'autentica casa comune trascurando l'identità dei popoli». La storia europea, anche recente, rende ragione di questo giudizio del Papa. Occorre lavorare in ogni ambito culturale, educativo e politico affinché si affermi la coscienza che - come amava ripetere Sant'Ambrogio ai governanti e al popolo - "ubi fides ibi libertas". Ci si mette insieme solo per guadagnare la libertà, non per perderla, e non vi è libertà autentica senza fede, senza riconoscere una "Presenza" dai cui è sgorgata e a cui si alimenta la nostra identità.