Dopo il pronunciamento vaticano
Nutrire i pazienti. Le umanissime ragioniRoberto
Colombo
("Avvenire",
16/9/’07)
Le autorevoli e limpide
risposte della "Congregazione
per la Dottrina della Fede"
agli interrogativi che la cura, impegnativa e spesso protratta per anni, delle
persone in "stato vegetativo" suscita tra pazienti, parenti, amici,
medici e infermieri non sono destinate esclusivamente ai vescovi e a tutti i
credenti, ma entrano in dialogo con la ragione e la libertà di ogni uomo e
donna che, attraverso l’esperienza amara della sofferenza propria e altrui, si
apre alla ricerca del senso dell’umana esistenza quando essa non è più
vigile e autosufficiente e diventa "mendicante" di tutto, anche degli alimenti e
dell’acqua.
La domanda più incalzante diviene allora: che cosa è bene fare in queste
circostanze? La sospensione della nutrizione orale o per vie diverse, quali
quella "nasogastrica" o "gastrostomica", non porrebbe fine a
quell'inutile tormento che è una vita in cui il paziente non è più in grado di
decidere nulla e che, invece, decide del tempo, delle energie e delle risorse di
chi lo assiste a domicilio o in strutture sanitarie? Le indicazioni della "Congregazione" allargano l’orizzonte della risposta secondo l’ampiezza di una
ragione che non è mero "calcolo" – per dirla con Heidegger – di
costi e benefici, ma osa addentrarsi sui sentieri del bene secondo un
"ordinamento" e una "proporzione" che hanno come termine di
riferimento la verità e la dignità della vita dell’uomo, di tutto l’uomo e
di ogni uomo, che è sempre una persona, ossia «l’unica creatura che Dio
abbia voluto per se stessa» ("Gaudium et spes", 24). Sempre, anche
quando la coscienza di questa verità e dignità unica e irripetibile non
affiora attraverso la parola, lo sguardo o i gesti, ma resta «chiusa in sé»
("locked-in": così gli inglesi chiamano alcuni di questi pazienti).
In questa prospettiva "antropologica" è allora possibile comprendere
il giudizio etico sulla ordinarietà e proporzionalità della «somministrazione
di acqua e cibo, anche per vie artificiali», che «in linea di principio» è
moralmente dovuta «nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere
la sua finalità propria», lo scopo di idratare e nutrire il paziente per
evitargli «le sofferenze e la morte». Cure necessarie per conservare la vita e
alleviare la sofferenza, e non terapia "futile"; la prima opera di misericordia
corporale ("dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati"; cfr. "Mt
25, 35") e non l’ultimo accanimento terapeutico sul malato.
La ragionevolezza di questo giudizio affonda le sue radici nel riconoscimento
della piena umanità anche dei pazienti con lesioni cerebrali che li privano
della vigilanza e della autosufficienza, e qualifica il loro abbandono ad un
destino di sofferenza e di morte per disidratazione e "inanizione" come indegno
degli affetti più cari dei familiari e della dedizione incondizionata dei
medici al servizio della vita dei malati.
Per questo, una volontà presunta o documentata del paziente che vincolasse
giuridicamente i congiunti a chiedere o a consentire e i medici ad attuare la
"discontinuazione" delle «cure ordinarie e proporzionate» –
incluse l’idratazione e l’alimentazione nelle forme e nella misura in cui
sono necessarie al mantenimento delle funzioni vitali e non aggravano il declino
oramai irreversibile del quadro clinico che segnala l’approssimarsi della
morte – sarebbe in contrasto con l’obbligo morale e professionale di non far
mancare all’ammalato ciò che gli è dovuto in virtù della sua "inalienabile"
dignità umana che nulla e nessuno potrà mai cancellare.