LA SPERANZA DI BENEDETTO XVI

RITAGLI    A fianco dell’uomo,    DOCUMENTI
oltre l’orizzonte delle "tecnoscienze"

Roberto Colombo
("Avvenire", 2/12/’07)

Un diffuso stereotipo di alcuni predicatori della emancipazione "laica" della società moderna da ogni retaggio di storia e di vita religiosa vorrebbe leggere la vicenda del rapporto tra Chiesa, scienze e tecnologie attraverso la sola chiave "etico-politica": la prima è inquadrata come «conservatrice per natura» e «moralistica per missione», mentre le seconde sono presentate come «progressiste per statuto» e «libere e liberanti per vocazione». Così, mentre la Chiesa, con le sue distinzioni normative tra il bene e il male, il lecito e l’illecito, continuerebbe a frenare il cammino dell’umanità verso un futuro migliore per qualità e durata della vita e aperto a nuove e imprevedibili opzioni individuali e sociali, le "tecnoscienze" consegnerebbero finalmente nelle mani dell’uomo il suo destino, rendendo la sua ragione e la sua libertà misura di tutte le cose e artefice di un «coraggioso mondo nuovo», la civiltà della scienza e delle sue macchine.
Benedetto XVI ha affrontato questa critica in un testo incisivo e persuasivo per la ragionevolezza delle sue argomentazioni – l’Enciclica "Spe salvi" – , confrontandosi con essa attraverso l’evidenza della fede e l’esperienza della vita cristiana che non possono venire ridotte a un codice morale di restaurazione dei costumi o a regole di ordinamento della vita sociale e politica. Il cristianesimo ha ben altro respiro. L’avvenimento di Cristo contiene in sé una certezza per il futuro (così definiva San Tommaso la speranza), a partire dalla quale, «e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti» (§ 1), condotti verso una meta certa e grande, capace non solo di corrispondere alle evidenze e alle esigenze del cuore dell’uomo, ma anche, "inverandole", di superare ogni prevedibile desiderio o attesa. I "no" del Papa alla egemonia culturale e sociale delle scienze e delle tecnologie, che vorrebbe imprigionare la speranza dell’uomo entro il vicolo cieco della ragione illuministica (questa "speranza è fallace", § 25), nascono da un "sì" all’orizzonte dell’eternità, il solo degno della sete di vita dell’uomo, cui lo spalanca una ragione aperta alla realtà tutta, fino a sfiorare i lembi del "Mistero" buono da cui tutto proviene e che tutto sostiene.
«La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo» (§ 25) perché, da sola, non «risponde alla domanda più importante per noi: che dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere? – scriveva Max Weber – . E il fatto che non vi risponda è assolutamente incontestabile». Nelle parole di Benedetto XVI riecheggia la ragione che fu già di Husserl, quando ricordava che «nella miseria della nostra vita [...] questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in "balia" del destino; i problemi del senso e del non senso dell’esistenza umana nel suo complesso». Una speranza senza soggetto è una povera speranza, un dramma anonimo, senza protagonista.
Il Papa ha teso la mano agli uomini di scienza, ha spalancato loro la porta del suo cuore di padre, pensoso e attento per il destino di tutti gli uomini, capace di ascoltare le loro domande e le loro attese. Raccogliendo la sfida che fu già di Wittgenstein («noi sentiamo che se pure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati»), Benedetto XVI ricorda che «nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore, per Dio» (§ 46). In virtù di quest’ultima apertura «noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso» (§ 1), gravati dalla responsabilità che il potere "tecnoscientifico" ci consegna, ma lietamente certi che «non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore» (§ 25). Lo aveva già intuito un secolo fa Giuseppe Moscati, illustre medico e santo napoletano, quando ripeteva ai suoi allievi: «Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo».