Il Papa sul rispetto della vita individuale

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che non parte dall’uomo

Madre Teresa di Calcutta: un dono d'amore per ogni morente...

Roberto Colombo
("Avvenire", 26/2/’08)

La questione della vita umana, della sua accoglienza e del suo rispetto "incondizionato", non è e non può essere considerata come un "affare speciale" della società e della politica, di cui alcuni ne fanno lo scopo quasi esclusivo del loro pensiero e della loro azione mentre i più la "censurano" o la mettono tra parentesi perché ritenuta "problema scomodo" o "sconveniente", "impopolare". Il cuore di ogni famiglia, comunità, società o politica è ciascuno di noi. Il loro centro di "gravità" è l’uomo stesso e la sua vita concreta, che riguarda tutti e tutto. In quanto vive, l’uomo afferma il suo esserci e l’essere di ogni altro uomo. Una esperienza sorprendente e "ineludibile" al tempo stesso, alla cui origine e al cui destino si appella la nostra stessa libertà. Non è forse l’uomo "reale" quello che siamo e incontriamo ogni giorno, quello che viene concepito, nasce, cresce, studia e lavora, ama la propria moglie o il proprio marito, mette al mondo i figli e li educa, spende ogni giorno la propria vita per qualcuno o qualcosa, si ammala, soffre e muore?
Nel suo Discorso alla
"Pontificia Accademia per la vita", Benedetto XVI ha definito il «rispetto della vita umana individuale» come «una delle sfide più urgenti del nostro tempo». Una sfida da affrontare non "astrattamente", ma a partire dall’accoglienza del quotidiano, silenzioso grido di aiuto, della sua domanda di senso e di amore, dell’insopprimibile evidenza ed esigenza del cuore dell’uomo, che sente di essere costituito per la felicità mentre fa fatica e soffre, che è fatto per vivere anche mentre sta morendo. Nulla è più incomprensibile per l’uomo di un discorso su di lui che non parta da lui, che metta tra parentesi la "drammaticità" della sua esperienza, la realtà in cui consiste la sua vita, il suo amore e la sua speranza.
Riprendendo la sua ultima
"Enciclica", il Papa ci ricorda che «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. [...] Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la "com-passione" a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e "disumana"». ("Spe salvi", 38) Ogni discorso o proposta circa l’uomo che soffre per una malattia inguaribile – congenita, oncologica o "neurodegenerativa" che sia – è un gesto «crudele e disumano» se non parte da quella che il Papa ha chiamato, con una espressione sintetica e "potente", la «solidarietà dell’amore» che "icasticamente" è espressa nell’«abbraccio» di Madre Teresa di Calcutta verso «i poveri e i derelitti» nel «momento della morte», evocato da Benedetto XVI. Una testimonianza, quella del credente, che precede, accompagna e rende pienamente ragionevole l’inaccettabilità dell’abbandono della cura del malato inguaribile e del morente e del ricorso all’eutanasia, ribadita nello stesso discorso «secondo il "plurisecolare" insegnamento della Chiesa».
La Chiesa e la società hanno bisogno, per rinnovare e consolidare una "fattiva" «solidarietà dell’amore» verso chi soffre e muore nella solitudine e nell’abbandono, di quello «spettacolo della carità» che la testimonianza dei credenti e non credenti ha saputo dare e tuttora offre al mondo. Una testimonianza che, traducendosi in impegno sociale e politico, sia capace di contrastare le «spinte "eutanasiche" [che] diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione "utilitaristica" nei confronti della persona». Gli esempi citati da Benedetto XVI sono semplici e "persuasivi", quasi "programmatici": terapie adeguate e proporzionate per alleviare il dolore, accessibili a tutti; «sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata»; "congedi" di lavoro per assistere un congiunto nella fase "terminale" della malattia; e contributi per sollevare il «peso della gestione domiciliare di malati gravi non "autosufficienti"».
Proposte realistiche e praticabili per abbracciare e condividere il dolore di un uomo "reale", quello che soffre, e di coloro che lo amano, i suoi cari. E se ripartissimo da qui per affrontare nella società e nella politica la questione della malattia inguaribile e del morente?