Il "messaggio" di Bagnasco al "Meeting"

RITAGLI     La storia, compito nostro.     DOCUMENTI
L’azzardo di domenica

Ai cristiani un cristiano ricorda il compito, quello che colma la vita.
Costruire, educare...

Marina Corradi
("Avvenire", 27/8/’08)

In questo agosto pigro, in cui i titoli dei giornali sulla Georgia vengono spalancati fra gli ombrelloni e in fretta si volta pagina, sperando che non ci riguardino davvero; in questo agosto normale, in cui come tragicamente rassegnati contiamo i ragazzi che si schiantano la notte sulle strade, domenica a Rimini si è sentito parlare di "storia". Con un accento cui non siamo più abituati. La storia, ha detto alla gente del "Meeting" il cardinale Bagnasco, è «compito di ogni uomo». Questo compito di ognuno è il «primo affluente della storia universale». La storia, compito di ciascuno? Ci immaginiamo se questa frase venisse detta in una classe di quattordicenni, che perplessità negli sguardi, se non un attonito "sbalordimento". La storia, compito nostro? La storia, risponderebbero, la fanno i "leader", i "rivoluzionari", i famosi; ma noi, cosa c’entriamo con la storia? Forse solo negli occhi dei più ambiziosi l’ansia di entrare nella "cerchia" dei pochi, delle facce note, di quelli che, soli, lasciano di sé una traccia; sottratti al triste anonimato dei "comuni", di tutti. E invece la tradizione cristiana a Rimini ripropone la sua audacia: "fare la storia", è compito di ognuno.
Veniamo al mondo per costruire, testimoniare, educare, continuare nei figli. Per un lavoro che, anche quando è oscuro e invisibile agli occhi, forma la storia. Nessuno, nel cristianesimo, è un "nulla" irrilevante. La storia, compito nostro? Siamo andati così lontani da questa "forma mentis", che a sentirla ridire pare quasi "rivoluzionaria". Chi più, se non forse gli ultimi della generazione della guerra, pensa al vivere come a un compito dato, cui occorre far fronte?
Invece ci percorre l’imperativo morale di un lieto "nichilismo": si vive, ci dicono, per "realizzarci", e dunque cavarcela con quanta più soddisfazione possibile; in un progetto rigorosamente individualistico, e accompagnati al massimo, finché sia gradevole, da temporanei compagni di viaggio. A "Ferragosto" la copertina dell’"Espresso" recava una domanda che dice molto della corrente prospettiva sulla vita. «Ma i figli danno la felicità?», si chiedeva sospettoso il "titolista".
Ed è già una domanda che dice di uno sguardo capovolto, oggi, rispetto a secoli di storia di Occidente. Di un’Europa cristiana in cui non si facevano figli per essere felici, ma perché semplicemente era ovvio, che si viveva per continuare la storia. Per strappare alle paludi nuovi campi, e dunque mangiare, e costruire strade e ponti e città – e in mezzo alle città, Chiese.
Addirittura si ponevano le fondamenta di Cattedrali, che solo duecento anni dopo gli eredi avrebbero visto finite. Nessuno si chiedeva se scaricare marmi, o issarli vertiginosamente sulle guglie, dava la felicità. Si viveva così. "Naturaliter" "costruttori di storia". «Il senso di appartenenza a un popolo dipende dal riconoscersi in un quadro di valori che riguardano la vita e la morte, il loro significato, non tanto i "fini" ma il "fine"», ha detto Bagnasco, alludendo a quel "secondo livello" della storia che è la storia dei popoli, in cui come in un fiume confluisce il "fare" di ciascuno. Un popolo fa storia dunque finché si riconosce in quell’"alveo" comune, e scorre in una condivisa "direzione". Ma non è proprio questo "patto originario" che è incrinato, nell’onda forte dell’"individualismo" di massa, dove si prende ciò che si può e si vive, in fondo, per sé soli? Dimentichi.
Annoiati, perché tutto ciò che si ha alla fine stanca.
«Ma i figli danno la felicità?», si chiedono i giornali colti e "borghesi", e concludono che "no", si vive molto meglio da "single", dunque lasciate stare. Ma ai cristiani un cristiano ricorda il compito, quello che colma la vita. Costruire, educare, testimoniare.
Stampare nella terra e nella carne l’impronta di una tenace speranza.