Arrivano "sfibrati", ma molti per prima cosa pregano

RITAGLI     La forza "antica" di questa gente     MISSIONE AMICIZIA
in "balia" del Mediterraneo

Marina Corradi
("Avvenire", 7/9/’08)

Lampedusa in questi mesi è un singolare "crocicchio" di umanità. Turisti in "pareo", cotti dal sole, in cerca di divertimento notturno su quest’isola aspra, già un pezzo d’Africa. Mentre sul molo sbarcano e subito scompaiono verso il "Centro d’accoglienza" gli "irregolari" dei continui sbarchi. I turisti, quei "grappoli" di africani sfiniti e le donne con i bambini in braccio quasi non li vedono: le operazioni di sbarco sono efficienti, e quasi discrete. Ma nell’incrociarsi di queste due umanità, una spensierata e l’altra all’apparenza "miserabile", una differenza più di ogni altra meraviglia chi stia attentamente a guardare. Appena tirati su dopo giorni in mare da barche "decrepite" e "stracariche", sul ponte delle motovedette, c’è chi srotola un tappetino e si accuccia a terra, verso la "Mecca"; c’è chi sfodera un libretto malconcio e gelosamente conservato, e lo apre: è un "Vangelo". Fuggono dalle guerre del "Corno d’Africa", vengono per dare da mangiare ai loro figli, hanno impiegato mesi per percorrere 5000 chilometri fino alla Libia. Molte donne hanno dovuto "vendersi" per pagare l’ultimo passaggio in mare, molte sono state "stuprate". Ci sono, non pochi, ragazzi di quindici anni, soli, a tentare la fortuna. Ed ecco questa umanità di naufraghi, in salvo infine su una nave vera, quando scorge la costa di Lampedusa non parla, non grida di gioia, ma prega. Nel silenzio del mare, sotto il sole a picco, quel gesto così profondamente religioso colpisce l’occidentale che guarda, ma, anche, gli incute una sorta di "soggezione".
Sono sporchi, morti di fame, scampati al destino di altri come loro che ora giacciono in fondo al mare. Ma tra questa gente sfuggita a un’Africa che esplode, "rivolo" che fuoriesce come da una fessura in una diga incrinata, c’è chi si porta addosso, nella miseria, l’ombra di una forza profonda e grande: la fiducia in un Dio. "Sanno cosa li aspetta nel viaggio, ma si affidano completamente al Dio in cui credono", ti dice pensosa un’operatrice del "Centro di accoglienza". Nelle facce di questa "onda" dal "Centro Africa", che "coagula" in sé memorie di guerra e di fame, riconosci la domanda che ogni uomo ha diritto di avanzare: vivere, e fare vivere i propri figli. Per questo pregano un Dio, per poter vivere.
Certo, ce ne saranno in mezzo di "avventurieri" o "banditi" (non è un caso che alcuni di loro abbiano addirittura i polpastrelli "abrasi"...). Ce n’erano del resto anche sulle navi dei primi "coloni" d’America, molte anzi erano piene solo di "ricercati", o "galeotti". Che pure, testimonia il "New England’s memorial", pregavano: alla partenza, e quando dopo l’Oceano scorgevano finalmente la "terra nuova". Magari "fuorilegge", e però certi di essere figli di Dio. E allora la "schiera" di uomini e donne silenziosi sul ponte, mentre la costa italiana s’avvicina all’orizzonte, ti fa pensare più che a un’emergenza da accogliere, o da contrastare, o secondo alcuni da "reprimere", a un pezzo di "storia" che "ineluttabile" si compie sotto ai nostri occhi. Noi, che mangiamo ogni giorno, e andiamo in vacanza, noi che ci chiediamo perché e se dobbiamo fare figli, noi che ci crediamo "autonomi", e della nostra vita "padroni", non abbiamo però nelle viscere e nel cuore la "forza antica" di questa gente in "balia" del
Mediterraneo. La forza della fame, e della voglia di vivere e continuare; che nella sua elementare pretesa naturalmente si affida alla "misericordia" di un Dio. Ciò che, nella "storia", ha fatto le nazioni e creato i popoli, e le nostre città, e ciò che siamo. Ciò che, mancando sempre più l’umiltà di quella originaria "domanda", sempre meno sappiamo fare. Il dubbio, guardando quei "manipoli" di naufraghi, è che ciò che chiamiamo con allarme "emergenza", e che magari vorremmo "cancellare" dalle cronache, sia, semplicemente, la "storia": che come un "fiume" segue il suo corso, e naturalmente ricomincia, e colma ciò che è vuoto.