La poliziotta "caduta"

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è stato colpire la speranza afghana

Marina Corradi
("Avvenire", 30/9/’08)

Dietro l’assassinio a Kandhar di Malalai Kakar, la poliziotta afghana di cui i "taleban" hanno rivendicato l’esecuzione, non c’è solo la fine eroica di un’icona femminile, in una terra martoriata da una guerra infinita. Quarantatre anni, sei figli, un lungo esilio in Pakistan all’epoca del dominio "talebano", quattordici anni in divisa passati a difendere le donne dalle violenze di una cultura tribale e dalla ferocia dei fondamentalisti, la Kakar era, sì, il simbolo di un altro modo possibile di essere donna: a volto scoperto, e dentro a un ruolo tradizionalmente maschile. E tuttavia sarebbe riduttivo descrivere la sua morte solo come un attacco "alle donne" afghane, in chiave puramente femminista.
Certo, rivendicando orgogliosamente all’"Agenzia France Presse" l’esecuzione, i "taleban" hanno voluto, secondo una classica logica di terrore, "ammazzarne una per educarne cento". E scegliere la più famosa perché la lezione fosse eclatante e "mediaticamente" vistosa. Ma anche questo si inserisce in una strategia più ampia: quella che in
Afghanistan da anni va bruciando le scuole e ammazzando gli insegnanti (secondo "Radio Free Europe", negli ultimi anni i "taleban" hanno ucciso 230 fra insegnanti e studenti, per lo più donne, e distrutto le scuole dove 300mila ragazzi andavano a studiare). La strategia di una serie di omicidi di donne che in qualche modo contravvenivano all’ordine sociale dei fondamentalisti musulmani, e quella per cui molte famiglie spaventate non mandano più le figlie a scuola, così che nemmeno impareranno a leggere. È, quella dei "taleban", una logica che si accanisce contro le donne del proprio popolo come se avessero individuato in loro il vero possibile motore dell’unica rivoluzione possibile in quel Paese. Perché se le donne cominciassero a leggere, a studiare, a capire, questo cambiamento si rifletterebbe sull’educazione dei figli; sarebbe un nuovo sguardo, un nuovo mondo a aprirsi attraverso di loro in una terra dove ancora, nelle campagne, vigono forme di ordinamento sociale e di amministrazione della giustizia arcaiche, che l’Occidente si è lasciato alle spalle da secoli.
C’è, in questo ennesimo ma più clamoroso omicidio, una logica "malvagiamente" sapiente. Le giovani donne afghane nel giro di una generazione potrebbero fare forse ciò che vent’anni di guerra non hanno fatto: cominciare a cambiare il Paese, a partire, innanzitutto, dai loro figli. E invece Malalai Kakar proprio sotto gli occhi di uno dei suoi figli è stata uccisa: monito eloquente e atroce di un "Ordine" che non "deve" cambiare.
Una maligna, acuta logica dunque in questo avventarsi contro l’"altra metà del cielo", come un mirare alla radice di ogni possibile, germinale sovvertimento. È la stessa logica che impone il più integrale dei veli, il "burqa", alle afghane. Il "burqa" non serve soltanto perché le donne siano invisibili, e dunque protette da ogni maschile tentazione: ma, anche, perché esse stesse non vedano. Chi scrive si è trovata, in un mercato di
Kabul, davanti ai banchi pieni di "burqa" blu, e ha voluto per un momento provare come ci si sente, a indossarne uno. È, semplicemente, una "prigione": da dietro la retina si vede come attraverso le sbarre strette di una cella, eliminata la visuale laterale, come nei "paraocchi" degli animali da tiro. Anche il "burqa" è per non poter vedere e conoscere, come le scuole vietate, come l’omicidio di una che vuole cambiare. In un’ansia ferocemente reazionaria, ma, al fondo, "nichilista": dove l’annientamento dell’anima femminile tradisce, in realtà, una livida voglia di nulla.