Dal "vuoto" dell’ultima generazione l’"emergenza educativa"

RITAGLI     Il "simmetrico" sguardo sui giovani     DOCUMENTI
dei due ottantenni al "Quirinale"

Marina Corradi
("Avvenire", 7/10/’08)

La convergenza fra il Presidente della Repubblica e Benedetto XVI, al "Quirinale", sulla «emergenza educativa» in Italia è un fatto che non dovrebbe finire dimenticato nella massa delle tante nostre parole quotidiane. Di fronte a «rischi e fenomeni di oscuramento di valori fondamentali», Napolitano ha riconosciuto una crisi profonda dell’educazione, volutamente adottando l’espressione usata dal Papa e, da anni, dai cattolici. Superare questa "emergenza", ha aggiunto, è «comune responsabilità».
Come l’aperto prendere atto, da parte della "prima carica" della Repubblica, di una crisi che si fa evidente in un ripetersi di fatti di cronaca abnormi e gratuiti. Il "pestaggio" di un cinese a Tor Bella Monaca da parte di una banda di sedicenni è cronologicamente l’ultimo episodio; ma non appartiene forse alla stessa logica dell’"handicappato" maltrattato fra i banchi, dei "video" girati col cellulare mentre gli amici violentano una ragazza, delle aggressioni ai "clochard"? Qualcosa di anteriore ancora al razzismo si affaccia nell’ultima storia romana: in questo caso, i lineamenti diversi come pretesto, più che come autentica ragione.
Pretesto – nella linea comunque della "caccia" al diverso, o al debole – per scatenare una violenza radicale, profonda, di cui nemmeno gli autori sono totalmente consapevoli. Così che se poi il giorno dopo chiedi loro: «Perché?», non sanno, o balbettano "monosillabi" vacui e confusi. "Perché?", ci si chiede, davanti a storie di sedicenni "tranquilli" e poi inaspettatamente crudeli senza alcun razionale motivo. E "inebetiti" padri e madri non capiscono, e sbalorditi chiedono per i loro figli un perdono che si fatica a dare, tanto è gratuito il male fatto.
Come se al fondo di certe nostre cronache ci fossero troppi ragazzi cui non manca niente, ma con il "nulla" nel cuore; un "nulla" che facilmente può venire colmato dall’"onda" di una violenza che non incontra nella coscienza alcuna barriera. È questa l’"emergenza educativa" che la Chiesa denuncia da anni; "educativa" e non solo scolastica, o familiare.
Tutto l’insieme dei fattori che trae adulto un ragazzo, compresa la straordinaria influenza dei "media", sembra insidiato nella sua capacità di trasmettere ai figli il senso e la bellezza del costruire e del continuare. È la «modernità suicidogena» di cui parlò anni fa Pierpaolo Donati, o la domanda dolente di una poesia di Mario Luzi sui figli: «Che cosa non ricordano, che cosa non sanno?». È importante, quel fare propria la espressione «emergenza educativa» del Presidente, e dirla «comune responsabilità». L’ha sottolineato su questo giornale un "laico" come il Presidente della
"Fondazione Gramsci", Giuseppe Vacca. In seno alla "sinistra" qualcuno ha reagito positivamente, qualcuno ha subito avanzato dei "distinguo" – temendo che certe "convergenze" contaminino la purezza della propria "laicità".
Ma sarebbe forse il momento di andare oltre, e guardare a certi sedicenni di Tor Bella Monaca o di provincia, e alla povertà di coscienza che esprimono – e che tocca, peraltro, anche non pochi figli di "borghesi". Di guardare a questa nuova profonda povertà, smettendo di negarla con un consolatorio: "Tanti, però, sono bravi ragazzi!". È vero, ma quanti invece sono abbandonati; pieni di "cose", e eredi di "nulla". Al "Quirinale" due ottantenni provenienti da fronti diversi della storia si sono trovati concordi nel dire che a molti figli qualcosa di fondamentale manca. Oltre le "barricate" e i "paletti" fra "laici" e "credenti", varrebbe la pena di rilevare questa "simmetria" di sguardo su un "vuoto" che lambisce una generazione. Oltre le cronache eclatanti, spesso, certo, "bravi figli", che non fanno nulla di male. Ma che dei loro diciott’anni sembrano non sapere, in realtà, che cosa fare, e che possono cadere vittima di un istante di assoluta "noia esistenziale": avendo perso, in una trasmissione spezzata, la memoria di un senso – buono – del vivere.