CHI HA PAURA DELLA LIBERTÀc?
RITAGLI  
NEI CONSULTORI SENZA OLTRANZISMI   DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 22/11/’05)

Mettiamo per ipotesi che una nostra figlia, o sorella, incinta, entri domani in un
pubblico consultorio, già sufficientemente intenzionata a porre fine a quella gravidanza. Già quasi totalmente decisa. Non può, o non vuole, o non c'è lo spazio, pensa, per quel figlio. Magari, la decisione è irrevocabile. Forse, non per tutte. E tuttavia l'automatismo con cui il certificato per l'interruzione viene quasi sempre e quasi dappertutto consegnato da un operatore, quasi si trattasse di una carta qualsiasi, è esempio di quella burocrazia sanitaria tanto corretta, tanto rispettosa della privacy, che però in fondo se ne infischia sia della donna, che di suo figlio che non nascerà.
Ma, obiettano, l'autonomia, la libertà della donna. Al di là del dettato dell'articolo 2 della 194, è davvero tanto offensivo, tanto ignobile, sempre che una donna accetti liberamente un colloquio con dei volontari pro vita, sentirsi chiedere soltanto se proprio non c'è una via d'uscita, una sola possibilità da dare a quello lì che silenzioso aspetta dentro di lei il suo destino? Nessun obbligo, nessuna coazione ad accettare quel dialogo; ma una proposta appena, infarcita di cautele: di affrontare per un momento un'ipotesi, che d'altronde tante donne sul punto di abortire hanno in sé, ferocemente tacitata, e non da se stesse. Ma spesso dal marito, che non vuole, o che non c'è, o dal "compagno" che se ne è già andato, dal lavoro che rapidamente sparirebbe, dai ricatti in ufficio, dai soldi che non bastano. Davvero è così ripugnante che qualcuno - quando una vita è in gioco - ti domandi: sei proprio certa? Hai bisogno di aiuto? Che è poi ciò che da anni fanno per esempio i volontari del Centro di aiuto alla vita alla Mangiagalli di Milano. Che non è esattamente un ospedale antiabortista.
Certo, si tratta di un lavoro di una delicatezza profonda. Di una sensibilità e un rispetto estremo per la donna che si incontra. Non è lavoro per chiunque, né bastano la migliore volontà, o il più grande fervore. Fa tremare l'idea che si possa anche solo pensare di portare nei consultori la veemenza integralista che alcuni usarono nella battaglia del referendum abrogativo della legge 194. Il volontariato nei consultori, se ci si arriverà, dovrà mettere da parte coloro che delle donne, in bilico fra la morte e la vita del figlio, vogliano farsi giudici, quando invece - lo insegnano quei tanti che in questi anni hanno aiutato a venire al mondo, in silenzio, 75mila bambini - tutto ciò che occorre fare è esserci, essere accanto. Occorre un volontariato che, grato a chi per tutti questi anni profeticamente ha continuato a lavorare perché i figli nascessero, si apra a tutte le componenti religiose, e laiche, anche: a tutti coloro per cui è bello e importante che anche una sola donna diventi madre. Perché i "preti maledicenti", quelli che "minacciano le pene dell'inferno" e attraverso cui si vorrebbero "far passare le donne", esistono ormai solo nell'immaginario acre di illustri giornalisti e ginecologi un po' agée - mentre il fanatismo è accasato altrove.
I cattolici, dal canto loro, si fanno attenti alla realtà. Secondo la quale, dicono le statistiche dell'ultimo rapporto ministeriale sulla Ivg, oggi 1 donna su 4 che abortisce è extracomunitaria, con un aumento rispetto a dieci anni fa di oltre il 200%, e un tasso di abortività di tre volte maggiore rispetto alle italiane. Il che potrebbe voler dire che l'aborto non è più solo quello delle nostre sorelle o amiche, gelose in ottica femminista della loro "indipendenza" e "autonomia", ma sempre più spesso quello delle colf in nero, che quel figlio non sanno proprio dove metterlo. E che magari, dalla faccia di qualcuno che chieda: vuoi una mano? non si sentono offese, affatto, ma meravigliate - perché questa domanda non gliela ha mai fatta nessuno.