Da chi le vive accanto

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d’un fatto "elementare"

Marina Corradi
("Avvenire", 15/11/’08)

«Se c’è chi la considera morta, lasci che Eluana resti con noi che la sentiamo viva». Le parole delle Suore della Clinica di Lecco che da molti anni assistono Eluana Englaro stanno in undici righe (la "sentenza" della "Cassazione" che non ha ammesso il "ricorso" contro la sospensione di alimentazione e idratazione alla malata è lunga invece ventuno pagine fitte di "giurisprudenziale" sapienza).
È una ragione semplice quella delle Suore, che sa dirsi in così poche parole, senza condanne, senza alcuna "retorica": «Lasciatela a noi, che la sentiamo viva». Dove il "sentire" non è sfumatura sentimentale o "pietosa", ma percezione elementare della realtà. Dopo sedici anni di "stato vegetativo",
Eluana Englaro respira tuttavia autonomamente, e vive del nutrimento e dell’acqua che le arrivano da una "sonda". Nessuna macchina le "ventila" i polmoni o si "accanisce" a tenerla "forzosamente" in vita. In "stato vegetativo", incosciente, tuttavia la malata – è un’evidenza – è viva.
La ragione semplice di quelle poche parole pronunciate a bassa voce è qui, prima di tutto: nel riconoscimento limpido di un fatto "elementare". Riconoscono viva Eluana, le Suore che da anni giorno e notte le stanno accanto in una stanza: testimoni di una malattia, una sofferenza, di una lontananza che nella sua drammaticità non può però negare l’evidenza di un respiro che libero persiste. Chiedono, le Suore della Clinica "Beato Luigi Talamoni", che Eluana non venga fatta morire di sete e di fame. E anche qui, la semplicità delle loro parole è assoluta. Ciò che molti chiamano «vittoria dello "Stato di diritto"», ciò che è "palestra" sui giornali di abili "argomentazioni", per bocca delle Suore di Lecco si rivela nella sua scabra "brutalità": morirà, Eluana, di lento "sfinimento", solo la mancanza d’acqua e di nutrimento potendo aver la meglio di quel suo ostinato respiro. L’"urto" tra le undici righe – non una parola che non sia essenziale – e la dotta "complessità" delle 21 pagine di "diritto" della "sentenza", è netto. Ma che cosa sta dietro, e alla radice, di una tale "divaricazione" di sguardo? C’è, nella trama "lineare" dell’intervento delle Suore, uno stare di fronte alla realtà data, all’oggettività di un respiro autonomo, pure nel mistero di una "coscienza" apparentemente per sempre perduta. C’è un inchinarsi davanti all’incomprensibile destino di una giovane donna, e la tenace costanza nell’accompagnarla: lavandola, vestendola, amandola come è, muta e assente, segno "enigmatico" di mistero e dolore.
Dall’altra parte le ragioni del padre, ai cui occhi quella vita "incosciente" è un "limbo" di pena, una "condanna" infinita da cui proprio per amore, dice, vuol liberarla. Sennonché la vita, agli occhi del
Signor Englaro e di molti "intollerabile", è tenacemente, spontaneamente "viva". In un modo agli occhi degli uomini contemporanei assurdo: che vita è, se non vede, non reagisce, non "fa" nulla? Occorre liberare Eluana dalla crudele "schiavitù" del suo stesso respiro. Il contrasto dunque attorno a quel letto d’ospedale è tra la "ribellione" di uomini che pretendono, perché vivere sia "tollerabile", qualità della vita, salute, coscienza, libertà; e l’umiltà del servizio "radicale", che non chiede ragioni, non contesta, non pretende "standard" di "dignità" minima, e semplicemente riconosce e onora la vita. Il contrasto è in quelle "scarne" righe da Lecco che mitemente domandano: «Lasciateci la libertà di amare e donarci a chi è debole». In un tempo di "dotti", di padroni di sé, di fieri "rivendicatori" di pretese e diritti, lo scandalo di un "sì" semplice: capace di quattordici anni accanto a una giovane donna muta e "dormiente", senza in cambio nemmeno una parola.